Sacro GRA – G.Rosi, 2013

Il documentato è il Grande Raccordo Anulare. Non è tuttavia un film d’inchiesta, piuttosto una descrizione poetica dell’umanità che si sviluppa fuori dalle cinte urbane, in un territorio la cui marginalità è parallela all’emarginazione. Su quest’anello di solitudine, dove strani personaggi conducono vite imprevedibili, Rosi sguinzaglia la cinepresa.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Per la prima volta nella sua lunga storia il Festival del Cinema di Venezia ha assegnato il prestigioso Leone d’Oro a un documentario. Il fatto che questa pellicola sia passata quasi inosservata nelle sale italiane è un peccato, e se consideriamo la carente ispirazione del cinema nostrano attuale potremmo anche dire che è una vergogna.

Sebbene il Grande Raccordo Anulare sia essenzialmente un luogo o piuttosto una struttura geograficamente determinata, il documentario di Rosi coglie le caratteristiche del GRA in quanto non-luogo, ovvero ciò che lo determina da un punto di vista ulteriore alla semplice connotazione spaziale: le vite che lo popolano, coloro che animano la linea di confine dell’Urbe.

Il GRA è infatti l’equivalente moderno di una cinta muraria, che include ed esclude allo stesso tempo. I personaggi del documentario sono esemplari di un’umanità in bilico, la cui emarginazione è strettamente connessa alla marginalità territoriale. Il Raccordo è in questo senso un cerchio che unisce e ad unire i personaggi del racconto è essenzialmente la solitudine. La telecamera riprende la follia, la povertà, l’oscenità, la semplicità, l’abbandono, la decadenza. Ma al centro dello schermo non c’è alcun concetto, soltanto individui.

Proprio questo punto è stato oggetto di molte critiche. Il film è stato accusato di essere inconcludente, esitante, superficiale, mancante di senso. In realtà sono accuse poco pertinenti, perché il film si basa sulla più radicale soggettività. Ogni giudizio è sospeso, ogni matrice di senso cancellata. Lo spettatore è libero di applicare entrambi, sensi e giudizi, ma la pellicola dà un’impressione di sconfinato realismo: il relativismo è la sua forza, e il rifiuto di pronunciarsi non è ignavia ma piuttosto consapevolezza che l’infinita varietà del reale non è riducibile a un unico sguardo, a un’interpretazione univoca.

In questa saggia prudenza si possono cogliere gli echi delle “Città Invisibili” di Calvino, che come dichiarato dal regista è stata un’importante fonte di ispirazione. Come il Marco Polo di Calvino, lo sguardo del regista è munito di un invisibile affetto e di una curiosità erodotea che osserva di volta in volta nobili decaduti, prostitute, attrici, Cavalieri di Malta, barellieri notturni, anguillari, appassionati botanici e altro ancora. Ne risulta una poesia del diverso, l’elegia di un microcosmo urbano alternativo.

Più che da ogni altro concetto lo spirito del film è illustrato chiaramente nella scena dell’ossario comune, in cui i resti delle vecchie salme vengono gettati per fare spazio alle nuove. Non è soltanto la chiusura ideale per il documentario (quale chiusura meglio della morte?), logicamente e visivamente, ma un accorgimento teso a suggerire la moltitudine sconosciuta dei corpi anonimi, microcosmi ormai perduti. È il testamento dell’esploratore, che dopo aver raccontato l’esplorato ci indica la realtà inesauribile dell’inesplorato.

 

★★★☆☆

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