Cosmopolis – D.Cronenberg, 2012

Il ventottenne miliardario Eric Packer (Robert Pattinson) decide di attraversare New York all’interno di una lussuosa limousine per “aggiustarsi il taglio”. La limousine costituisce l’ambientazione del film per circa due terzi. In un turbinio di estese discussioni e scalmanati amplessi, la traversata si compie fra varie difficoltà: le manifestazioni contro il capitalismo sono il preludio a un’oscura minaccia che incombe sul giovane miliardario, che nel frattempo, nel suo lussuoso abitacolo, gioca a rimpiattino coi mercati di mezzo mondo.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Quest’odissea urbana è principalmente un lucido attacco al capitalismo nella sua accezione più sfrenata: vale a dire della situazione in cui un’élite di alienati egocentrici (come il protagonista) possono influenzare le sorti di migliaia di persone con scelte del tutto arbitrarie. Tale classe sociale (ammesso che si possa parlare di ceto) è impermeabile alle esigenze popolari. Di tale impermeabilità è un chiaro indizio la limousine e il suo sfarzoso abitacolo, che passano indenni attraverso una folla furibonda (graffiati solo in superficie, nemmeno un vetro rotto).

Principalmente, ma non solo: questo film è anche lucida descrizione dell’homo oeconomicus, come Packer, ventottenne di successo pervaso però da una vena di incandescente nichilismo che lo porterà gradualmente all’autodistruzione: una tangibile pulsione di morte, che lo spinge in poche ore a dilapidare la sua intera fortuna, a privarsi di ogni strumento di difesa (prima la limousine, poi il brutale assassinio del fidato Torval) e infine a rischiare la vita. Né il matrimonio, né la ricchezza, né il sesso, né l’arte (la scena dei Rothko) riescono ad alleviare il distacco e la totale indifferenza di Packer verso il mondo; e allora la limousine diviene, in questo caso, un limite fisico che sta ad indicare i suoi limiti mentali, psicologici e intellettuali. E nell’unico momento del film in cui tale limite verrà scavalcato, Packer, finalmente vulnerabile, andrà incontro al suo tragico destino.

Non a caso è proprio con un’inezia, con un “aggiustamento di taglio”, che comincia quest’epopea: il taglio, secondo Packer, è un rito; e che cos’è un rito, se non il tentativo di recuperare un senso perduto? Il rito è una cerimonia antica, il cui atto di per sé è vuoto, ma il cui attuarsi è concreto poiché religioso, e dunque foriero di un senso intimo, a volte ineffabile.

Ma anche questo tentativo andrà a vuoto: il taglio verrà lasciato a metà, incompiuto, asimmetrico. Asimmetrico come la sua prostata, e come la natura, fatta di caos, idealmente opposta alla simmetria voluta da Packer, che rappresenta la chiave del suo successo ma anche la sorgente del suo fallimento, perché esprime la necessità di dominare gli eventi e perciò l’inadeguatezza alla realtà nelle sue declinazioni caotiche e imprevedibili.

La conclusione del film è riassunta in una frase ivi citata: il prodotto finale del capitalismo è l’omicidio; ovvero, una violenza generalizzata, endemica, senza controllo né mandante. Il nichilismo del ricco si somma alla invidiosa rabbia del povero. Nel finale, Packer e Benno farfugliano parole inutili, si aggrappano a una razionalità scomparsa, inesistente.

Perché, inesistente? Perché entrambi, l’uno dominando e l’altro rifiutando le regole del capitale, finiscono comunque per soccombervi. L’ingranaggio spietato del capitalismo li depaupera di senso e li incatena a un ruolo, che purtroppo è opposto: lo scontro è assurdo, ma inevitabile. E in questo quadro desolante, anche l’omicidio diventa rito, ma alla rovescia: un atto concreto, un attuarsi vuoto.

Il problema maggiore del film è che i suoi meriti risiedono quasi totalmente nei contenuti; e per questi, ci sentiamo di dover ringraziare più De Lillo di Cronenberg. L’aderenza filmica al testo risulta invero eccessiva, e lo si evince soprattutto dai dialoghi: più che surreali, irreali. Sconclusionati, barocchi, pindarici, prevaricanti: l’immagine è costantemente scollata dal dialogo, ci par quasi di vedere gli attori declamare un copione antico. E alla lunga, risulta irritante.

L’esperimento è coraggioso, ma non perfettamente riuscito. Anche se lo sembra, Cosmopolis non è propriamente un film “lento”: non ha il respiro elegante e tormentato dei classici. Lo si direbbe piuttosto un film d’azione svuotato d’azione. L’azione è sempre presente, ma è a volte immaginata, a volte sullo sfondo, a volte incombente, mai presente. Persino nel finale, simile a un duello rusticano, i personaggi ritraggono le armi e si demoliscono a colpi di farfugliamenti. Teoreticamente è troppo, espressivamente è troppo poco.

Meglio in versione cartacea.

 

★★☆☆☆

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