Dillinger è morto – M.Ferreri, 1969

 

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L’ingegnere industriale Glauco (Michel Piccoli) torna a casa dopo una giornata di lavoro. Lo aspettano la moglie (Anita Pallenberg) e una notte insonne. Cucina, guarda filmini, flirta con la cameriera. Trova un quotidiano d’epoca recante la notizia della morte di Dillinger…

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Probabilmente il film più riuscito di Ferreri e una pellicola a dir poco unica per estro, audacia, cinismo e attualità.

Un uomo si chiude nel suo appartamento e regredisce allo stato infantile. Gioca con il cibo, con gli oggetti, con l’erotismo, con la violenza, con la morte. Come un novello demiurgo plasma forme ed immagini e si reifica nelle sue sterili creazioni (i filmini, la pistola).

Infine spezza ogni residua parvenza di trama gettandosi anima e corpo in una fuga esotica – però vana. Il film è in fondo un lungo prologo, l’azione è concentrata in una manciata di sconcertanti minuti, e l’epilogo è altrettanto sconcertante.

Tre filoni interpretativi: il tramonto dell’orizzonte etico della tradizione culturale elleno-giudaica (il nietzschano “Dio è morto”) coincide con il sorgere della civiltà industriale. Nel quadro desolante di una società in cui l’individuo ha perso i riferimenti morali, tenta di sostituirli con i beni di consumo. Gli antichi riti religiosi si trivializzano, trovando equivalenze grottesche (la preparazione della cena). Il vuoto di “essere” viene subdolamente nascosto da un’eccedenza di “avere”. Ma la noia esistenziale rivela lo scacco e all’individuo annoiato e disorientato non rimane che il suicidio (accennato davanti allo specchio) oppure la violenza (l’uxoricidio) e la fuga; l’inversione al negativo rivela che si tratta però di un’evasione illusoria, perché il vuoto da cui fugge l’individuo è insidiato dentro di lui, come un parassita. Dunque un’interpretazione “morale”.

Secondo: l’alienazione profeticamente annunciata dalla Scuola di Francoforte agli albori del XX secolo ha compiuto il suo barbaro assoggettamento. Anche il tempo libero è un bene di consumo ed è regolato dalle stesse leggi che dominano il mercato. L’individuo si perde in una giungla di feticci con cui si identifica, amplificando la sensazione di inappagamento e inautenticità (Heidegger). Il problema più grande dell’uomo non è dunque guadagnarsi una libertà dalla catena produttiva, quanto piuttosto decidere consapevolmente che cosa fare della propria libertà per emanciparsi da quella catena che credeva di aver eluso. Dunque un’interpretazione “sociologica”.

Terzo: Ferreri persegue la sua decostruzione della virilità (L’Harem, Il seme dell’uomo). Nella società contemporanea l’uomo è privo di ruolo poiché la donna guadagna sempre più spazio. L’incombente uguaglianza terrorizza l’uomo che reagisce in due modi: regredendo allo stato infantile ed esercitando perciò il suo diritto al gioco (persino l’erotismo diventa ludico, e la scena del serpente giocattolo mostra un simbolo fallico depauperato di ogni funzione sessuale, inoffensivo; ed anche con la cameriera il rapporto è ludico più che lubrico); oppure con la violenza. Dunque un’interpretazione “psicologica”.

Girato quasi interamente nell’appartamento di Mario Schifano, la cucina è invece di Tognazzi. Dal sapore amatoriale, musica quasi esclusivamente diegetica, un film difficile, privo di compromessi, disperato, un’opera di assoluto genio che omaggia e deride il neorealismo e Rossellini (Illibatezza), che mescola la fantasia di Bunuel e l’austerità di Antonioni, dando vita a un surrealismo anche troppo reale. Un cupo sberleffo. Micidiale.

★★★★★

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