10 grandi film del decennio 2000-2009

La classifica è stata molto difficile da stilare. Ho cercato di tenere conto soprattutto dell’originalità della proposta filmica. Più che altro una classifica di questo tipo è interessante per capire in che direzione sta andando il cinema: i numeri 10, 8, 4, 3, 2 ad esempio sono molto centrati sul tema della violenza. I numeri 10, 9, 6 sono storie d’amore. I numeri 9, 8, 4, 3, 2, 1 cercano di descrivere la psiche umana, anche se sotto diversi aspetti e in modi diversi. I numeri 10, 8, 6, 4, 1 non sono delle narrazioni in senso tradizionale. Infine i numeri 10, 9, 6, 5, 2 sono stati diretti da registi asiatici, il che segnala chiaramente (se mai ce ne fosse bisogno) la grande qualità del cinema orientale contemporaneo.

Buona lettura!

10° Dolls – Takeshi Kitano, 2003

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Struggente amalgama di tre sfortunate storie d’amore. In Dolls il nichilismo di Kitano acquista toni più cupi rispetto ad alcune pellicole che lo precedono. Il titolo si riferisce alle bambole bunraku, una forma d’arte tradizionale in Giappone: i personaggi delle tre storie vengono infatti manovrati come marionette dai lacci delle loro stesse ambizioni, intrappolati dalle loro scelte. Kitano è il bardo di un’epoca in cui la libertà conduce alla rovina e l’amore all’autodistruzione.

In the mood for love – Wong Kar-wai, 2000

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“Meglio aver amato e perso che non aver amato mai”. Si riassume così, in questo celebre verso del Barone Tennyson, il dramma di una storia d’amore il cui dramma è l’impossibilità di avverarsi. Coi toni delicati e soffusi tipici della sensibilità orientale, Wong Kar-wai confeziona una tragedia inespressa che evoca le atmosfere di Ivory e Antonioni. Il titolo cinese rimanda alla fioritura dei ciliegi, un fenomeno meraviglioso, fragile, effimero. Come l’amore narrato in questo film.

Dogville – Lars Von Trier, 2003

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Spesso sotto la gogna dei critici per l’incertezza degli interpreti, la scabrosità dell’intreccio e le scelte di regia estreme (la scenografia praticamente non esiste), si tratta però di uno dei film più controversi e originali degli ultimi anni. Personalmente apprezziamo la riduzione del girato nei suoi elementi atomici, che è allo stesso tempo una dichiarazione di poetica dell’inautenticità: il cinema non può e non deve perseguire il vero. Può e deve, invece, suscitare interrogativi, sollevare quesiti, gettare polvere negli occhi. Ad esempio, rappresentando la legittimazione di una vendetta e coinvolgendo attivamente lo spettatore, domandando e scandalizzando per mezzo delle immagini.

La 25° ora – Spike Lee, 2002

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Le ultime ore di libertà dell’ex-spacciatore “Monty” Brogan (Edward Norton), condannato alla galera, sono raccontate con intensa partecipazione. La venticinquesima ora è quella che lui non vedrà mai, quella che avrebbe potuto salvarlo da un castigo definitivo che forse distruggerà il legame con la fidanzata Naturelle, col vecchio padre, con gli amici di sempre. Ed è anche un film sull’America, su New York, sulle paure e le ansie di una società ferita da sé stessa e dalle proprie minoranze, una società di lupi in cui la sfrenata lotta per l’affermazione conduce a un’amara solitudine.

Ferro 3 – Kim Ki-duk, 2004

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Un’altra storia d’amore che si distingue per la sua originalità. Il tocco del regista coreano è unico, miscela surrealismo e brutalità finendo per dare vita a una favola barocca e sconcertante. Difformità di interpretazione. Si può propendere per un maggiore pragmatismo (il ragazzo muore in prigione e torna a visitare la ragazza sotto forma di spirito) oppure per una totale astrazione (l’amore va al di là delle barriere fisiche imposte dalla realtà o dalla violenza). Una chicca.

La città incantata – Hayao Miyazaki

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Uno dei lungometraggi d’animazione più belli di tutti i tempi. Miyazaki dischiude davanti ai nostri occhi un’universo visionario, popolato di sogni, spiriti e leggende, un condensato filmico di duemila anni di mitologia nipponica e puro estro creativo. Ma la sua grandezza è non nelle immagini che presenta, ma in quelle che nega; non nelle storie che descrive, ma in quelle che nasconde: come si legano vita e morte, realtà e sogno nel mondo di Miyazaki? Chi è davvero il signore delle caldaie? Da dove viene lo spirito del fiume? Dove va quel treno che scivola meravigliosamente sull’acqua, e quali incredibili esseri popolano quelle lande? Pura magia.

Il nastro bianco – Michael Haneke, 2009

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Forse la pellicola più riuscita di Haneke, che continua a interrogarsi sulla violenza, stavolta in maniera più sobria e lucida. Bianco e nero, Austria dell’anteguerra, episodi inquietanti accadono in un remoto villaggio. Sant’Agostino diceva “l’innocenza dei bambini risiede nella fragilità delle membra”, e questo film sembra suggerire che la vocazione al male si eredita con la nascita, e che la morale cristiana (morale del ressentissement, direbbe Nietzsche) non fa che amplificarla. Haneke lascia, come spesso accade, grande libertà interpretativa allo spettatore: è un gioco di coinvolgimento in cui chi partecipa non può non rimanere turbato. E, fatalmente, affascinato.

Non è un paese per vecchi – Coen Bros, 2007

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Il film sicuramente meno coeniano della loro produzione, eppure forse il più riuscito. Stilisticamente ineccepibile, unisce la purezza cristallina delle immagini a un gusto epico per le riprese in esterna. Senza musica, e non se ne sente la mancanza. Grandi prove di Javier Bardem e Tommy Lee Jones. Non mancano i ritratti ironici, le finte piste che dirottano e confondono lo spettatore, l’umorismo macabro. Ma questo film ha una fibra diversa, universale. L’assassino Anton Chigurh si auto-assolve definendosi strumento del caso in un mondo in cui la presenza del Male è tanto forte quanto l’assenza di Dio (o di un senso). Un’indagine nichilista sull’influenza del fato nei destini umani e sulla sua tragica ineluttabilità.

Oldboy – Park Chan-wook, 2003 [da non confondere con l’orrido remake del 2013]

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Il film che Tarantino, per sua stessa ammissione, avrebbe voluto fare. Forse il più postmoderno di tutta la lista per la sua tendenza spregiudicata alla follia, la trama barcollante, l’epica assurdità di molte scene (il polpo sbranato vivo su tutte), i riferimenti ai B-movies americani ed asiatici, il coraggio delle riprese (il piano sequenza col martello), il perverso feticismo, gli inverosimili colpi di scena, le tonalità splatter, ed altro, altro, altro ancora. Film così ne capitano raramente. Per fortuna, verrebbe da aggiungere.

Mulholland Drive – David Lynch, 2001

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La palma se la aggiudica inevitabilmente lui. Perchè? Come, perchè? Non basta l’adozione di una prospettiva multipla che frammenta l’intreccio e ci racconta, come accadeva in Lost Highways, una coscienza dal suo interno? Non basta che tali frammenti si riuniscano a comporre un mosaico sconvolgente che ribalta davanti ai nostri occhi una concezione della realtà che eravamo abituati a dare per scontata? Non basta che tale operazione venga eseguita non con l’abilità chirurgica di un Kubrick, non con la verve estrosa di un Bunuel, ma con la direzione allo stesso tempo disturbante e serenamente folle di Lynch, che riprende in mano le simmetrie spezzate per raccontarci (e per nasconderci) il valore e il significato di tale rottura? Non basta la colonna sonora di Angelo Badalamenti, l’ironia caustica, le inquietanti scene saffiche, la maestria di Lynch nel ricreare ambienti sinistri e caricare di significato piccoli oggetti come una chiave, una borsa, un caffè? Potrei andare avanti…

6 Pensieri su &Idquo;10 grandi film del decennio 2000-2009

  1. Vedo un sacco di oriente, tra le scelte.
    Ma alla fine campeggia zio David, con uno dei suoi capolavori! Intimo, a tratti inquietante, labirintico… sarebbe stata una bella serie, se gliel’avessero promossa!

    Moz-

    Mi piace

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