“4 top e 1 flop: Martin Scorsese”, di I.S.

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Considerato fra i registi più influenti della seconda metà del Novecento, Martin Scorsese ha chiare origini italiane, palesate nei suoi primi lungometraggi ambientati a Little Italy (NY) che oscillano fra dramma e documentario. Italiano è anche, almeno in parte, il suo stile, che si ispira al Neorealismo di De Sica e Rossellini, ma anche al regista indipendente John Cassavetes, autore di film che descrivono in toni profondamente realistici la vita quotidiana e familiare del proletariato urbano statunitense.

Profondamente religioso (da giovane entrò in seminario), fra i suoi maggiori interessi il rapporto dell’uomo col male, con la violenza e col peccato. Queste tematiche lo accomunano ad Abel Ferrara, ma in Scorsese gli interrogativi etici dell’uomo di fede sono sospesi in favore dello sguardo compassato e freddo di uno scienziato. Scorsese è difatti un vivisezionatore delle pulsioni omicide, erotiche e sovversive che si esprimono nel mondo della malavita, ma anche nei bassifondi newyorkesi popolati di una fauna proteiforme e imprevedibile.

Vi proponiamo qui quattro top e un flop: ovvero, quattro opere che per profondità ed ampiezza sono massimamente rappresentative della poetica di Scorsese, e una ciofeca clamorosa che dimostra come anche i migliori possano sbagliare.

4° posto: “Fuori orario”, 1985

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Un programmatore informatico conduce una routine monotona. Una sera esce di casa per vedere una ragazza. Prima che venga notte decide di tornare a casa. Ma la notte glielo impedisce.

Odissea urbana di sapore surrealista, che divaga fra horror metafisico e farsa. Un gioiello del cinema grottesco che riportò Scorsese in auge dopo vari fallimenti, girato con mezzi poveri da una produzione indipendente. Da non perdere.

3° posto: “Quei bravi ragazzi”, 1990

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Forse il miglior mafia movie mai girato, può vantare una ricostruzione appassionata e pignola delle cosche americane e dei loro meccanismi di affiliazione. Oltre all’eccezionale spaccato di (mala)vita statunitense, viene sostenuto dalle interpretazioni stratosferiche e a tratti esalaranti di Liotta, De Niro e uno strepitoso Joe Pesci.

2° posto: “Toro scatenato”, 1980

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Biografia, sportiva e non, del pugile Jake LaMotta. Parabola completa di un ragazzo che diventa un campione, e di un campione che diventa un balordo. A suo modo è un’allegoria, ben più raffinata e valida dello “Scarface” di De Palma, del sogno americano che diventa miraggio, e del miraggio che lascia presto spazio a un deserto interiore in cui l’ipertrofia dell’ego causa l’atrofia dei sentimenti. Il successo (vedere Billy Wilder) contiene il sè il germe del fallimento.

Accompagnato da un uso sobrio e poetico del bianco e nero, nonostante la violenza; da una bella colonna sonora e dall’interpretazione, ancora una volta magistrale, di De Niro che dovette crescere e calare di peso, mettere e smontare chili di muscoli, e dell’ottimo Joe Pesci. Capolavoro iperrealista.

1° posto: “Taxi driver”, 1976

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Un’opera maestra. Con verve documentaristica il taxi di Scorsese ci porta attraverso la feccia, in un’indimenticabile scorreria notturna fra criminali e magnaccia, svitati e violenti. Fu il primo film (!) a denunciare (anche se indirettamente) i segni di squilibrio di un’America traumatizzata e sconvolta dal conflitto in Vietnam, un paese ormai incapace di esprimersi con mezzi diversi dal denaro e dalla violenza. Per questo, e per le descrizioni di ambienti e contesti, è profondamente americano. Ma è in realtà profondamente universale nella sua analisi del degrado urbano; dell’alienazione psichica che ne deriva; dell’interpretazione della follia come fuga dal quotidiano; dell’etica di una società che priva di valori e di religione propone un modello di vita basato sul conseguimento di itinerari di desiderio; dell’influenza della casualità sulla vita degli individui; del baratro di incomunicabilità che ci divide non appena ci allontaniamo da binari di comunicazione convenzionali; del bivio terribile fra l’asservimento a uno schema contorto o una ribellione violenta e autodistruttiva. Musiche del grande Herrmann, uomo di fiducia di Hitchcock. E soprattutto, un De Niro temprato da sei mesi passati a fare il tassista nelle strade di New York per calarsi nella parte: la sua interpretazione più bella e una delle più ardite, complesse e affascinanti della storia del cinema.

IL FLOP: “Shutter Island”, 2010

La trama da film horror di serie zeta si adatterebbe più a un esperimento coraggioso di Tarantino che non a un maestro dell’iperrealismo come Scorsese. Questa pellicola di reale o realistico ha ben poco, tranne il fatto di aver rubato idee e scene a destra e a manca tediando lo spettatore con una sceneggiatura contorta e avvitata come un cavatappi e fragile e insipida come un tappo di sughero. Per una critica più accurata rimando alla recensione qui.

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