8½: Dio e mondo, spirito e materia

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Propongo oggi un breve focus su una scena che oltre ad essere suggestiva costituisce una raffinata allegoria visiva. Il cinema di Fellini è impregnato di carica simbolica profonda, che non di rado sfiora un subcosciente collettivo, cioè appartenente a un’intera civiltà più che a un singolo individuo.

A questa categoria appartiene la scena del bagno turco in di Fellini, dove il protagonista Guido (Marcello Mastroianni, ideale alter ego del regista) incontra un anziano cardinale (Tito Masini) in un dialogo che aspira a chiarire alcuni interrogativi esistenziali. Il protagonista è infatti combattuto fra una tradizione religiosa che sente altera, anacronistica e incomprensibile e il desiderio opposto di accoglierla per trovare una possibile risposta al senso della vita.

Lo stacco fra queste due polarità si percepisce immediatamente grazie al dialogo, in cui la distanza fra il bisogno di umanità di Guido e l’adesione fideistica del cardinale sfociano in una primaria incomprensione:

– Eminenza, io non sono felice.

– Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?

In seguito anche la richiesta di chiarezza di Guido viene elusa dalla saggezza ermetica del cardinale, che cita Origene lapidariamente: “Extra ecclesiam nulla salus” – fuori della chiesa non c’è salvezza – “Extra ecclesiam nemo salvatur” — fuori dalla chiesa nessuno si salverà – “Salus extra ecclesiam non est” – non c’è salvezza fuori dalla chiesa. “Chi non è nella civitas dei appartiene alla civitas diaboli“.

Come sosteneva anche Tertulliano, credo quia absurdum, ovvero credo proprio perchè è assurdo: impossibile pretendere chiarezza quando si parla di Dio, i cui piani sono oscuri e imperscrutabili. L’unica luce che può aiutare l’uomo a illuminare il proprio cammino è la fede, un dono di cui non tutti sono provvisti. Specialmente nel caso in cui, come accade per il Cattolicesimo, la religione è foriera di un’etica intransigente e antiquata che vieta agli esseri umani il loro impulso più intimo e sincero: quello alla felicità.

Il contrasto fra ragione e ortodossia si estende per analogia a quello fra Es e super-ego nella psicologia freudiana; difatti la difficoltà di Guido non è una caratteristica peculiare del personaggio, piuttosto uno scarto insanabile che contraddistingue la ricerca morale nella storia del pensiero in occidente.

Ma più che il significato, testè illustrato, mi preme soffermarmi per discutere la bellezza del significante, ovvero della scena: il contrasto fra ragion pratica e ragion fideistica è espresso visivamente tramite un’immagine tanto semplice quanto elegante. In primo piano le mani di un massaggiatore che impastano fanghi, sostanze scure e grevi che tendono a cadere verso il basso, simbolo di un mondo materiale che intrappola lo spirito con la sua fascinosa, torbida viscosità. Sullo sfondo, al di là dei fanghi e dunque della materia, un mondo spirituale rappresentato dal candore delle vesti del cardinale e dai vapori fumiganti che si librano nell’aria oscillando leggeri verso l’alto, illuminati da una luce abbacinante.

6 Pensieri su &Idquo;8½: Dio e mondo, spirito e materia

  1. La grandezza di Fellini è fuori discussione, però mi pare eccessivo provare disgusto a definire Sorrentino il “nuovo Fellini”…semplicemente ritengo improponibile fare un confronto del genere: periodi diversi, tecniche diverse, un’epoca totalmente differente che non permette una valutazione comparativa…è come confrontare un giovane intellettuale di oggi con uno degli anni ’50, ognuno avrà le sue peculiarità e le sue prerogative.
    Tuttavia “8 e mezzo” resta lo “spartiacque” per eccellenza tra un modo di fare cinema e un altro, più moderno e innovativo, oltre ad essere considerato uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi e fonte di ispirazione per tutti i registi succedutisi dopo Fellini.

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    • Ciao Antonello,

      disgusto è un termine un po’ forte, hai ragione, però non sono così d’accordo nel ritenere la comparazione “improponibile”: si parla di due registi Italiani che affrontano tematiche simili e in questo caso quasi sovrapponibili, che presentano analogie a livello stilistico, separati da appena 2 generazioni.
      In generale non condivido l’esaltazione ingiustificata delle pellicole sorrentiniane, mettiamola così; però è anche vero che questa esaltazione è più una caratteristica della critica straniera che di quella nostrana.
      A me personalmente non dispiace Sorrentino, forse il fatto stesso che venga definito “nuovo Fellini”, malgrado sia un elogio, è un’implicita presa di coscienza (da parte di chi utilizza la definizione) che il regista napoletano, per quanto bravo, non ha la statura del predecessore. Non si dice, ad esempio, che Scorsese è “il nuovo Cassavetes”, né che Tarkovskij era “il nuovo Bergman” o “il nuovo Bresson.
      Parliamo comunque di un grande regista, sia chiaro…

      Rudi

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      • Grazie mille Rudi per la tua immediata replica…mi è molto piaciuta anche perchè trovo meglio spiegate le tue ragioni. La mia non era una difesa di Sorrentino bensì la volontà di sostenere l’impossibilità, a mio avviso, di fare un confronto tra le magie felliniane con qualsiasi altra creazione cinematografica, di chiunque altro.
        Ho avuto modo, grazie soprattutto a mio padre, di vedere da ragazzo, soprattutto negli anni ’70, tantissimi grandiosi film direttamente al cinema, con l’atmosfera unica e irripetibile che si creava ad ogni proiezione.
        Posso affermare, con commozione, che le pellicole di Fellini lasciavano una sensazione indescrivibile, talmente prodigiosa e straordinaria che ci faceva sentire davvero tutti uniti e parte di un destino universale…
        Tutto qui, solo questo volevo dire…sono certo di imparare molto da te e da voi tutti…grazie davvero

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  2. Ma figurati Antonello,

    è un piacere discutere di cinema, questo blog esiste apposta, poi discutendo si impara tutti qualcosa. Fellini è anche uno dei miei registi preferiti.
    Alcuni attori raccontano che il set di Fellini era una baraonda, la sceneggiatura si seguiva a tratti, si andava avanti a improvvisazioni e idee estemporanee, non si capiva cosa sarebbe venuto fuori.
    E per loro guardare il girato era ogni volta una sorpresa, e consideravano le scene ottenute una specie di miracolo sorto dal caos…

    R

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