La promessa dell’assassino – D.Cronenberg, 2007

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Una prostituta quattordicenne, non identificata ma di origine russa, muore dando alla luce una neonata. La giovane ostetrica Anna Kithrova (Naomi Watts), colpita dalla tragedia, tenta senza successo di rintracciare i parenti della ragazza attraverso un diario che le apparteneva. Le sue ricerche la condurranno sulle tracce del pericoloso Semyon (Armin Mueller-Stahl), boss della malavita russa, che con l’aiuto del figlio Kirill (Vincent Cassel) e il taciturno autista Nikolai (Viggo Mortensen) tenterà di arginare la curiosità della donna e i pericolosi segreti che potrebbe scoprire.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Il film si gioca sostanzialmente su tre chiavi. La prima è la contrapposizione fra la famiglia, vale a dire il legame affettivo fra Anna e i suoi cari e l’aspirazione alla maternità, e la Famiglia, intesa come clan di appartenenza, laddove un legame di sangue significa soprattutto il doverlo versare in nome del codice d’onore criminale.

Una seconda chiave di lettura è la ricchezza di scelte, affettive e non, che contraddistingue in maniera piuttosto dostoevskijana ogni singolo personaggio: Semyon è chiamato a scegliere fra Kirill e Nikolai (il bene della famiglia e il bene della Famiglia), Anna fra la bambina e Nikolai, Nikolai fra Anna e il suo compito di infiltrato, Kirill fra la devozione verso suo padre e l’affetto che prova per Nikolai.

Secondo questa chiave di lettura, il classico dilemma (e qui si potrebbe tirare in ballo Shakespeare) fra il dovere e il sentimento si risolve a favore del dovere per Anna e Nikolai, a favore del sentimento nel caso di Kirill e Semyon, forse identificando questi ultimi come “perdenti” e denunciando dunque l’impossibilità di stabilire di legami affettivi in un contesto violento come quello descritto.

Terza ed ultima chiave, tipica nella poetica di Cronenberg, è l’ossessione ambigua per la carne. Se in precedenza veniva trasfigurata o manipolata con artifici propri del genere horror o fantascientifico, qui si impone realisticamente attraverso un’asciutta imponenza, quasi scolpita. I personaggi, differentemente da ciò che avveniva in The fly o Videodrome, non subiscono le trasformazioni, bensì le determinano, e le portano con orgoglio sulla propria epidermide. I tatuaggi nella cultura della Vory v  zakone rappresentano il curriculum criminale di un individuo, le sue imprese, le sue sconfitte, i suoi legami familiari e Familiari. Ogni tatuaggio è simbolo, circolo ininterrotto di determinato e determinante.

Pregevole a questo proposito il lavoro di ricerca di Cronenberg e Mortensen, a tal punto realistico che secondo un aneddoto narrato dallo stesso regista, quando Mortensen a Londra entrò in un ristorante russo molti commensali si alzarono precipitosamente per andarsene.

Fra i pochi difetti, a parte forse l’eccessiva aderenza ai codici del genere (da un punto di vista narrativo, non tecnico) bisogna annotarne uno grave: Cronenberg ha il vizio di rovinare alcuni colpi di scena e lo spettatore più smaliziato non potrà non aver collegato il dialogo con la prostituta bionda alla sua successiva cattura da parte della polizia, intuendo con vigoroso anticipo la reale identità di Nikolai.

Fra le scene memorabili ne spicca una in particolare: la violentissima rissa nella sauna, mai tentata in precedenza e assolutamente gustosa.

★★★★☆

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