Arancia Meccanica – S.Kubrick, 1971

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Londra, un futuro distopico, lontano ma non troppo. Il giovane Alex (Malcolm McDowell) e i suoi amici commettono stupri, omicidi brutali, violenze efferate. Senza nessuna ragione.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Il titolo deriva da un detto londinese degli anni ’60, che indicava un oggetto che all’esterno era apparentemente normale (un’arancia) ma che all’interno era caricato a orologeria (clockwork), ovvero nascondeva una natura contorta e imprevedibile. In questo caso il riferimento è verso i protagonisti, giovani ordinari durante il dì, violenti criminali durante la notte.

Il film in generale è un affresco contemporaneo sul libero arbitrio, unico baluardo contro l’abisso nichilista che divora ogni credo e ogni valore. I drughi non hanno un motivo specifico per essere brutali, piuttosto lo sono perché non hanno ragioni per non esserlo. La libertà di cui dispongono e l’assenza di mete verso cui dirigerla si traduce in un sistematico uso del libero arbitrio per dare sfogo a istinti perversi e animaleschi.

Burgess, autore dello splendido romanzo da cui il film è tratto, non nasconde che l’orizzonte da cui parte la composizione dell’opera è specificamente cattolico. Difatti il libero arbitrio, inteso come la facoltà per l’individuo di scegliere il bene o il male, è un valore supremo e irrinunciabile, anche quando viene impiegato erroneamente (per fare il male).

Lo si vedrà quando la società, per correggere Alex, impiega metodi di condizionamento che sono brutali quanto, se non più, dei crimini efferati commessi dal ragazzo. In questo meccanismo Burgess (e Kubrick) vedono un’arma pericolosa in mano alla società, che può aspirare a un totalitarismo psicologico modificando a piacere le percezioni e gli impulsi dei cittadini.

Quando, dunque, una persona smette di essere una persona e diventa un’arancia a orologeria (meccanica)? Quando essa delega la propria facoltà di libero arbitrio all’organismo governativo, che (vedi il Leviatano, Hobbes) non si identifica soltanto con l’anima politica, etica e sociale degli esseri umani, ma più in generale con la totalità espressiva di ogni individuo,.

Grandissima parte ha la colonna sonora, che spazia fra Rossini, Beethoven, Purcell e distorsioni delle medesime in chiave elettronica (ad esempio la scena dell’amplesso a tre commentata da un Guglielmo Tell vertiginosamente accelerato), a cui fanno eco le distorsioni della telecamera, frequenti grandangoli, poi soggettive, accelerazioni e decelerazioni. La celebre scena del Singin’ in the rain, improvvisata, rappresenta il pervertimento dell’apollineo al dionisiaco in un parodico passaggio dalla Hollywood rassicurante e patinata di Gene Kelly al cupo universo kubrickiano.

Il film è tuttora attuale, gustoso, pervaso però da un alone grottesco (intenzionale e consapevole) che a volte sfocia nel caricaturale. Si macchia forse di eccessivo intellettualismo contenuto rigidamente in uno schema di premesse, assunzioni e conclusioni che a volte si rivela fin troppo lineare. Ma insomma, ora si stanno facendo le pulci a un cavallo di razza.

★★★★☆

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