Arancia Meccanica – S.Kubrick, 1971

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Il titolo deriva da un detto londinese degli anni ’60, volto a indicare un oggetto all’esterno apparentemente normale (un’arancia), ma in realtà caricato a orologeria (clockwork), ovvero dotato di una natura contorta e imprevedibile. In questo caso il riferimento è diretto ai protagonisti, giovani ordinari di giorno, violenti criminali di notte. Il film è un affresco contemporaneo sul libero arbitrio, unico residuo baluardo etico che fronteggia l’abisso nichilista: i drughi non hanno un motivo specifico per compiere efferatezze, ma neppure motivi per non compierne. La libertà di cui dispongono e l’assenza di mete verso cui dirigerla si traduce in un sistematico uso dell’arbitrio per sfogare istinti perversi e brutali.

Burgess, autore del romanzo da cui il film è tratto, non nasconde che l’orizzonte da cui parte la composizione dell’opera è specificamente cattolico. Difatti il libero arbitrio, inteso come la facoltà per l’individuo di scegliere il bene o il male, si configura come un valore supremo e irrinunciabile – anche quando viene impiegato erroneamente. La società, nella sua opera di correzione, applica metodi di condizionamento brutali quanto (e anche più) i crimini commessi dal ragazzo. In questo meccanismo di formattazione psicologica, Burgess (e Kubrick) intravedono un pericoloso strumento di potere. Quando, precisamente, una persona smette di essere una persona e diventa un’arancia a orologeria? Quando essa delega la propria facoltà di arbitrio (e di pensiero).

Grandissima parte ha la colonna sonora, che spazia fra Rossini, Beethoven, Purcell e distorsioni delle medesime in chiave elettronica (la celebre scena dell’amplesso a tre commentata da un Guglielmo Tell vertiginosamente accelerato), a cui fanno eco le distorsioni della telecamera, frequenti grandangoli, soggettive, accelerazioni e decelerazioni. La celebre scena del Singin’ in the rain (improvvisata) segna il pervertimento dell’apollineo al dionisiaco in un parodico passaggio dalla Hollywood rassicurante e patinata di Gene Kelly al cupo universo kubrickiano.

★★★★★

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