“Youth”, P. Sorrentino. Alcune considerazioni inattuali

youth

Quando si comincia qualcosa di difficile, è meglio cominciarla dal principio. Il principio è in questo caso un ritorno: il ritorno, dopo “Le conseguenze dell’amore” e “La grande bellezza”, a personaggi maturi, per non dire anziani in questo caso, che hanno già dietro di sé un lungo trascorso, diversi errori e magari qualche rimpianto. Ed è anche un ritorno, ancora una volta riferendoci a “Le conseguenze dell’amore”, alla curiosa ambientazione di un albergo svizzero, guardacaso il medesimo albergo svizzero che Thomas Mann indicò come luogo di svolgimento del suo celebre romanzo “La montagna incantata”.

Come accade nel romanzo (e nel film sopracitato) il romanzo è non-luogo ideale, meridiano zero in cui si raccolgono le osservazioni scientifiche di un’umanità che, al riparo dal mondo esterno, ha iniziato a scrutare dentro sé stessa. Il tempo dell’introspezione par excellence è senza dubbio la vecchiaia, se non altro perchè non si ha la forza di fare altro; e in questa forma, privilegiata e sventurata al tempo stesso, di contemplazione (secondo i medici di Caine è invece “apatia”), lo sguardo verso il “dentro” è anche sguardo verso il “dietro”, come anticipa il titolo, ovvero verso la giovinezza.

Entrambi i personaggi principali, Caine (ex-direttore d’orchestra) e Keitel (regista e sceneggiatore), due anziani appunto, rinnovano la propria amicizia ricordando i tempi antichi, comunicandosi soltanto “i momenti felici”. Posti di fronte all’incessante scorrere del tempo, non resta loro che ricordare la giovinezza, spiarla negli ospiti più giovani (o giovanili, come accade nella foto d’apertura) o perpetuare il ricordo della perduta felicità attraverso un’idea creativa (un “testamento” filmico, una “canzone semplice”). Se la via è preclusa, non resta che uscire volontariamente dal flusso del tempo, come farà uno dei due.

Si tratta dunque, innanzitutto, un film sulla malinconia che deriva dallo scorrere del tempo, poetica già ampiamente indagata sin dagli esordi di Sorrentino, nei suoi film più celebri (e celebrati), sopracitati, e anche ne “L’amico di famiglia”. E si tratta anche di un film sulla naturale avversione degli esseri umani per il cambiamento, che può essere, al contrario, lenitivo, come accade per Rachel Weisz. Inoltre è un film sulla redenzione del tempo (Paul Dano convertito dall’orrore all’entusiasmo), sull’arte come matrice di senso, un’opera provvista di una buona (a volte eccessiva) dose di mordente satirico contro le icone pop e persino contro i pregiudizi che nascono contro di esse. Ed è, infine, un film sull’irriducibile diversità del genere umano, sulle manie, le assurdità, le idiosincrasie nascoste, celate dentro ciascuno.

Veniamo dunque al bianco e al nero: positivi innanzitutto il senso fotografico di Sorrentino, che si conferma grande ammaliatore visivo; ottima la prova degli interpreti, specialmente i due principali; semplice e bella la cornice narrativa, spigliata e assai fantasiosa; oneste le intenzioni autoriali e affascinante l’andamento ondivago e sussultorio, che rivela uno stile moderno e propositivo. Negativi invece alcuni ritratti macchiettistici e toni smodatamente ironici di cui talvolta viene fatto un uso ingenuo, troppo ammiccante; e nonostante il film sia moderatamente lungo, il regista conferma di non avere il dono della sintesi.

Soprattutto, Sorrentino nel film suggerisce prima, per bocca di Caine, che “le emozioni sono sopravvalutate”; poi, per bocca di Keitel, che “sono l’unica cosa che abbiamo”. Ebbene, il cinema di Sorrentino vive da sempre le medesime contraddizioni e scade a volte in un patetismo naif di cui il regista non avrebbe certamente bisogno. A volte si ha l’impressione di una regia bifronte, da una parte tesa puramente all’espressione artistica, dall’altra bisognosa comunque di provocare un impatto emotivo, solleticando lo spettatore con scene o dialoghi affettati (per esempio, l’uomo che levita).

Più che cercare il confronto con lo spettatore, Sorrentino cerca l’ipnosi, lo stregamento. E qui torna il tema dell’introspezione, inteso come processo a cercare la verità dentro sé stessi e non, ad esempio, attraverso il dialogo: la verità del film ci viene posta innanzi, rubata a un universo di fantasia e rivestita di lustrini, così che noi possiamo ammirarla; e tuttavia non veniamo mai veramente coinvolti nella sua ricerca.

Pare dunque che il regista si debba identificare con Keitel, non solo perché tende forse a “sopravvalutare” le emozioni, ma anche perché Youth appare effettivamente come una sorta di testamento filmico in cui è condensata la poetica sorrentiniana fin dai suoi esordi. Testamento di indubbio valore, ma che arriva un po’ presto considerando la giovane età del regista e i suoi mezzi tecnici.

Comunque, consigliato.

7/10

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