4 top e un flop: David Lynch

Difficile riassumere in poche righe una delle personalità più controverse e poliedriche del cinema contemporaneo. Lynch nasce nel 1946 nello “Heartland” degli Stati Uniti, in una comunità che lui descrisse come “case eleganti, strade ad albero, lattaio, aeroplani, cieli blu, staccionate, erba verde e ciliegi”. Ma “guardando con più attenzione quel mondo meraviglioso, si scoprivano sempre formiche rosse sotto la superficie”, come a dire che un qualche principio corruttifero e malvagio s’annida sempre nelle zone d’ombra.

104413E le formiche rosse, come altri numerosi dettagli (una lampadina che si spegne, un cappello a tesa larga, una chiave di ferro) acquistano nei suoi film un valore esclusivo: la doppiezza, la violenza, la morte e la sessualità sono spesso evocati da un feticcio, un oggetto qualunque caricato di valenza simbolica.

A questo proposito, un grimaldello interpretativo piuttosto utile per decifrare i film di Lynch è senz’altro la triade Freudiana classica Ego-Es-Superego, in azione tramite molteplici sdoppiamenti di personalità soprattutto in Mulholland DriveStrade perdute.

Come al solito, ci sono quattro capolavori e un film deludente. Per ragioni di spazio, ho dovuto omettere gli ottimi Velluto blu ed Elephant man.

4° “Eraserhead”, 1977

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Se non altro per originalità, merita senz’altro la visione questo desolante horror surrealista, unico nel suo genere. Echi di Dalì e Bunuel declinati in stile espressionista affiancano in maniera contrappuntistica la rappresentazione visiva dei traumi causati dalla condizione alienante dell’individuo nella società moderna.

3° “Strade perdute”, 1997

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Thriller frammentario e frammentato che si sviluppa attraverso progressive biforcazioni. Due storie, due protagonisti, due donne, due omicidi, infinite strade. Come nelle filosofie orientali, la soluzione s’avvicina all’approssimarsi dell’unità. Lo strumento che permette di passare da due a uno è il tre: la triade Freudiana. Buon Rebus.

2: “Una storia vera”, 1999

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Un ultrasettantenne a cavallo di un tosaerba vuole percorrere duecentocinquanta miglia per andare a trovare suo fratello malato. Cosa c’è di più insensato di un road movie in cui la velocità è sostituita dalla lentezza, il dramma dalla linearità, la gioventù dalla vecchiaia? Se in tutti i film precedenti avevamo rintracciato alcuni tratti comuni che credevamo essenziali al genere, Lynch li ha rovesciati uno ad uno. E ha sfornato un capolavoro. In un cinema sovraccarico di effetti speciali, colpi di scena, complessità pleonastiche, “Una storia vera” rivela la bellezza della semplicità e commuove con due chiacchiere in un bar, emoziona grazie a un temporale, mette paura per mezzo di una discesa. Pazzesco. Ed è pure una storia vera.

1° “Mulholland Drive”, 2001

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Ancora una volta, dopo Strade perdute, il titolo richiama una strada. Mulholland Drive è infatti una celebre periferica esterna hollywoodiana, tortuosa e oscura come lo è l’intreccio del film. Se tuttavia è vero che in Lynch nulla appare semplice a prima vista, è altrettanto vero che nulla è casuale ed ogni elemento ha, a dispetto della prima impressione, una collocazione precisa e inconfondibile.

Infatti ancora una volta Lynch utilizza il trittico freudiano Ego, Es, Super-ego al fine di rappresentare una psiche distorta, una rappresentazione eseguita con estro visionario, fantasiosa genialità e straordinario virtuosismo registico. Dice Wittgenstein che il solipsismo, svolto rigorosamente, conduce al realismo puro. Ebbene, la realtà descritta dalla narrazione solipsistica di questo film è inquietante proprio perchè intensamente, drammaticamente reale.

IL FLOP: “Wild at heart”, 1990

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Nella critica c’è chi ha adorato questa fiabesca satira pop (come Bertolucci, che s’impuntò contro il resto della giuria perchè le fosse assegnata la palma d’oro), c’è chi l’ha bollata come una sconnessa collezione di personaggi bizzarri, gag surreali, comicità splatter e perversioni visive. Qui si propende per la seconda.

A me pare che il film sia un tentativo piuttosto artificioso di ricreare le atmosfere genuinamente ilaro-inquietanti dei precedenti film Lynchiani, ove alcune idee interessanti si fondono con schemi narrativi lisi in una sceneggiatura parca di novità e piena di buchi. La sua natura ibrida e claudicante lo rende a lungo andare incapace di divertire, inquietare, eccitare o stimolare. L’unico sentimento che accompagna fedelmente lo spettatore per tutta la pellicola è la noia.

Ulteriore nota di demerito: c’è Nicolas Cage.

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