10 grandi Road Movies

Come definire un road movie?

Un road movie è un film in cui il viaggio è un tema centrale, sia da un punto di vista tematico sia, ovviamente,narrativo. Non un film sul viaggiare in cui due persone discutono amabilmente di viaggi in un salotto, ma un film sul viaggiare che sviluppi esso stesso un percorso. Per questi motivi non vengono inclusi né Professione: reporter, né Non è un paese per vecchi, ad esempio, pur essendo film eccellenti. Stilare questa classifica è stato difficile, specialmente dal quarto posto in su: alcuni tra i migliori road movies della storia sono stati prodotti in Italia ed è stato difficile mediare fra gusti personali, amore per il cinema nostrano e meriti ‘oggettivi’ delle opere prese in esame.

Alcuni spunti di riflessione: nei film 10, 9, 8, 7, 6 il viaggio è identificato come un’esperienza giovanile. I film 10, 9, 8, 6 sono stati girati in pieno clima sessantottino. I film 10, 7, 6, 3 legano il viaggio a una storia d’amore. Nei film 10, 9, 6, 4, 3, 2, 1 la morte è un tema molto presente. I film 10, 8, 6, 3 intendono il viaggio innanzitutto come fuga. I film 10, 9, 8, 7, 6, 2 sono film americani (forse i grandi spazi favoriscono i road movies). I film 9, 8, 6, 4 contengono una forte critica verso la società. Nei film 10, 9, 8, 6, 5, 4, 3 i viaggiatori non hanno meta (!). Infine, i primi due della classifica hanno come protagonista un anziano.

Chissà che il risultato non invogli qualche lettore a intraprendere qualche nuovo viaggio attraverso un angolo di cinema inesplorato. Buona lettura.

10° Gangster story – Arthur Penn, 1967

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Storia vera (adattata) della premiata coppia del furto Bonnie & Clyde. I due criminali sono ritratti nella loro giovanile esuberanza, incoscienti e innamorati. La loro fuga dalla società è tuttavia una caduta verso il baratro di cui però, accecati dall’entusiasmo furioso di una gioventù disinibita, non si rendono conto.

Easy rider – Dennis Hopper, 1969

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Un cult del cinema sessantottino statunitense. I due scalmanati protagonisti, accompagnati per un tratto da un giovane ma già fenomenale Jack Nicholson, ci guidano attraverso gli Stati Uniti in un’epoca in cui alle tendenze sovversive della gioventù viene opposta la violenza sorda delle generazioni conservative. Si fa forte di alcune riprese da antologia, soprattutto su strada, inseguendo il rombo delle motociclette.

Cinque pezzi facili – Bob Rafelson, 1970

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Viaggio di un talentuoso pianista (Jack Nicholson) attraverso l’America e attraverso la vita, con l’unico scopo di sprecare il suo talento. Storia di un disadattato cronico che rinuncia volontariamente alla ricchezza, alla famiglia, all’amore, a sé stesso. In cerca di che cosa? Non lo sa nemmeno lui.

Accadde una notte – Frank Capra, 1934

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Un Clark Gable giornalista insegue un’ereditiera che tenta in incognito di raggiungere il fidanzato per concludere un matrimonio osteggiato dal padre. Graziosa, indimenticabile commedia; Capra, servendosi dei toni delicati e ammiccanti della prima Hollywood, confeziona un gioiello che potrebbe insegnare molto alle commedie cialtronesche che vengono propinate di questi tempi. Forse il primo road movie della storia.

La rabbia giovane – Terrence Malick, 1973

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Esordio alla regia per il “regista filosofo”, che non tornerà mai più a questi livelli. La colonna sonora per metà classica e per metà jazz accompagna il viaggio dei giovani Kit e Holly. Come Bonnie e Clyde i due vogliono vivere il loro amore al di fuori della società, anche se ciò significa minacciarla. La violenza della natura umana è descritta con impassibile distacco ed è radicata nel peccato originale, dopo il quale l’uomo cercherà vanamente di ritornare a uno stato di natura idilliaco. Come suggerisce l’ironico finale, le soluzioni sono due: la sottomissione allo stato delle cose o, fatalmente, la morte.

La strada – Federico Fellini, 1954

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Il viaggio dell’artista di strada Zampanò nella poverissima Italia del dopoguerra insieme alla squinternata assistente Gelsomina. Uno dei primissimi road movie. L’atmosfera fiabesca evocata da Fellini e l’eccezionale istrionismo di Giulietta Masina fanno da contrappeso al cinismo brutale di un uomo depauperato di ogni morale, disposto a qualsiasi nefandezza, come soleva dire Malaparte, pur di salvare la propria pelle.

Il sorpasso – Dino Risi, 1962

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Film che potrebbe (e forse dovrebbe) stare al primo posto. Esempio perfetto di commedia all’italiana, ritratto amaro del boom economico, quasi documentaristico nei contenuti quanto simbolico nella forma. L’innocenza, l’ingenuità e l’arrivismo di un bravissimo Trintignant opposti alla verve cialtronesca e ammaliante di uno strepitoso Gassman. Esilarante quanto straziante. Meraviglioso.

Il bandito delle ore undici – Jean-Luc Godard, 1965

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Girato diversi anni prima del La rabbia giovane, ne condivide il soggetto, ovvero una storia d’amore vissuta pericolosamente ai margini della società; ma il film di Godard è ben più radicale nei toni. Continui riferimenti alla cultura di massa, al consumismo e al conformismo lo rendono più attuale di quando fu concepito. La struttura è (post)modernissima: rifiuta ogni logica narrativa e risulta totalmente imprevedibile, ma tutt’altro che incomprensibile. Un collage di immagini, effigi pop, colori, testi, canzoni; dal road movie alla storia d’amore, dalla storia d’amore alla satira, dalla satira al musical, dal musical al poliziesco, dal poliziesco al comico. Tutto è connesso a tutto in questo film inclassificabile ma assolutamente imperdibile.

Una storia vera – David Lynch, 1999

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Un ultrasettantenne a cavallo di un tosaerba vuole percorrere duecentocinquanta miglia per andare a trovare suo fratello malato. Cosa c’è di più insensato di un road movie in cui la velocità è sostituita dalla lentezza, il dramma dalla linearità, la gioventù dalla vecchiaia? Se in tutti i film precedenti avevamo rintracciato alcuni tratti comuni che credevamo essenziali al genere, Lynch li ha rovesciati uno ad uno. E ha sfornato un capolavoro. In un cinema sovraccarico di effetti speciali, colpi di scena, complessità pleonastiche, Una storia vera rivela la bellezza della semplicità e commuove con due chiacchiere in un bar, emoziona grazie a un temporale, mette paura per mezzo di una discesa.

Pazzesco. Ed è pure una storia vera.

Il posto delle fragole – Ingmar Bergman, 1957

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Anche qui siamo di fronte al viaggio di una persona anziana, solo apparentemente lento perchè in realtà è popolato di ansie, incubi, incontri, ricordi. Il professor Isak Borg deve raggiungere la sua vecchia università per essere omaggiato. Ma il suo vero viaggio è introspettivo, un cupo sprofondamento in sè stesso alla ricerca di una felicità che non ha mai conosciuto, una dolcezza che ha rifiutato, un amore che ha gettato via.

Mentre si sforza di sanare i contrasti fra il figlio e la nuora compie un profondo esame di coscienza che lo mette di fronte a una meschinità che non credeva di possedere. Un film meditativo che indugia sulla morte e sul tempo, due temi universali e ricorrenti nella filmografia di Bergman; con meno spiritualità e più umanesimo il maestro svedese ripercorre una vita umana seguendo il profumo di una primavera scomparsa ma ancora tiepida nella memoria del protagonista: una primavera carica di speranze, dolce come le fragole.

10 grandi film del decennio 2000-2009

La classifica è stata molto difficile da stilare. Ho cercato di tenere conto soprattutto dell’originalità della proposta filmica. Più che altro una classifica di questo tipo è interessante per capire in che direzione sta andando il cinema: i numeri 10, 8, 4, 3, 2 ad esempio sono molto centrati sul tema della violenza. I numeri 10, 9, 6 sono storie d’amore. I numeri 9, 8, 4, 3, 2, 1 cercano di descrivere la psiche umana, anche se sotto diversi aspetti e in modi diversi. I numeri 10, 8, 6, 4, 1 non sono delle narrazioni in senso tradizionale. Infine i numeri 10, 9, 6, 5, 2 sono stati diretti da registi asiatici, il che segnala chiaramente (se mai ce ne fosse bisogno) la grande qualità del cinema orientale contemporaneo.

Buona lettura!

10° Dolls – Takeshi Kitano, 2003

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Struggente amalgama di tre sfortunate storie d’amore. In Dolls il nichilismo di Kitano acquista toni più cupi rispetto ad alcune pellicole che lo precedono. Il titolo si riferisce alle bambole bunraku, una forma d’arte tradizionale in Giappone: i personaggi delle tre storie vengono infatti manovrati come marionette dai lacci delle loro stesse ambizioni, intrappolati dalle loro scelte. Kitano è il bardo di un’epoca in cui la libertà conduce alla rovina e l’amore all’autodistruzione.

In the mood for love – Wong Kar-wai, 2000

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“Meglio aver amato e perso che non aver amato mai”. Si riassume così, in questo celebre verso del Barone Tennyson, il dramma di una storia d’amore il cui dramma è l’impossibilità di avverarsi. Coi toni delicati e soffusi tipici della sensibilità orientale, Wong Kar-wai confeziona una tragedia inespressa che evoca le atmosfere di Ivory e Antonioni. Il titolo cinese rimanda alla fioritura dei ciliegi, un fenomeno meraviglioso, fragile, effimero. Come l’amore narrato in questo film.

Dogville – Lars Von Trier, 2003

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Spesso sotto la gogna dei critici per l’incertezza degli interpreti, la scabrosità dell’intreccio e le scelte di regia estreme (la scenografia praticamente non esiste), si tratta però di uno dei film più controversi e originali degli ultimi anni. Personalmente apprezziamo la riduzione del girato nei suoi elementi atomici, che è allo stesso tempo una dichiarazione di poetica dell’inautenticità: il cinema non può e non deve perseguire il vero. Può e deve, invece, suscitare interrogativi, sollevare quesiti, gettare polvere negli occhi. Ad esempio, rappresentando la legittimazione di una vendetta e coinvolgendo attivamente lo spettatore, domandando e scandalizzando per mezzo delle immagini.

La 25° ora – Spike Lee, 2002

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Le ultime ore di libertà dell’ex-spacciatore “Monty” Brogan (Edward Norton), condannato alla galera, sono raccontate con intensa partecipazione. La venticinquesima ora è quella che lui non vedrà mai, quella che avrebbe potuto salvarlo da un castigo definitivo che forse distruggerà il legame con la fidanzata Naturelle, col vecchio padre, con gli amici di sempre. Ed è anche un film sull’America, su New York, sulle paure e le ansie di una società ferita da sé stessa e dalle proprie minoranze, una società di lupi in cui la sfrenata lotta per l’affermazione conduce a un’amara solitudine.

Ferro 3 – Kim Ki-duk, 2004

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Un’altra storia d’amore che si distingue per la sua originalità. Il tocco del regista coreano è unico, miscela surrealismo e brutalità finendo per dare vita a una favola barocca e sconcertante. Difformità di interpretazione. Si può propendere per un maggiore pragmatismo (il ragazzo muore in prigione e torna a visitare la ragazza sotto forma di spirito) oppure per una totale astrazione (l’amore va al di là delle barriere fisiche imposte dalla realtà o dalla violenza). Una chicca.

La città incantata – Hayao Miyazaki

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Uno dei lungometraggi d’animazione più belli di tutti i tempi. Miyazaki dischiude davanti ai nostri occhi un’universo visionario, popolato di sogni, spiriti e leggende, un condensato filmico di duemila anni di mitologia nipponica e puro estro creativo. Ma la sua grandezza è non nelle immagini che presenta, ma in quelle che nega; non nelle storie che descrive, ma in quelle che nasconde: come si legano vita e morte, realtà e sogno nel mondo di Miyazaki? Chi è davvero il signore delle caldaie? Da dove viene lo spirito del fiume? Dove va quel treno che scivola meravigliosamente sull’acqua, e quali incredibili esseri popolano quelle lande? Pura magia.

Il nastro bianco – Michael Haneke, 2009

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Forse la pellicola più riuscita di Haneke, che continua a interrogarsi sulla violenza, stavolta in maniera più sobria e lucida. Bianco e nero, Austria dell’anteguerra, episodi inquietanti accadono in un remoto villaggio. Sant’Agostino diceva “l’innocenza dei bambini risiede nella fragilità delle membra”, e questo film sembra suggerire che la vocazione al male si eredita con la nascita, e che la morale cristiana (morale del ressentissement, direbbe Nietzsche) non fa che amplificarla. Haneke lascia, come spesso accade, grande libertà interpretativa allo spettatore: è un gioco di coinvolgimento in cui chi partecipa non può non rimanere turbato. E, fatalmente, affascinato.

Non è un paese per vecchi – Coen Bros, 2007

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Il film sicuramente meno coeniano della loro produzione, eppure forse il più riuscito. Stilisticamente ineccepibile, unisce la purezza cristallina delle immagini a un gusto epico per le riprese in esterna. Senza musica, e non se ne sente la mancanza. Grandi prove di Javier Bardem e Tommy Lee Jones. Non mancano i ritratti ironici, le finte piste che dirottano e confondono lo spettatore, l’umorismo macabro. Ma questo film ha una fibra diversa, universale. L’assassino Anton Chigurh si auto-assolve definendosi strumento del caso in un mondo in cui la presenza del Male è tanto forte quanto l’assenza di Dio (o di un senso). Un’indagine nichilista sull’influenza del fato nei destini umani e sulla sua tragica ineluttabilità.

Oldboy – Park Chan-wook, 2003 [da non confondere con l’orrido remake del 2013]

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Il film che Tarantino, per sua stessa ammissione, avrebbe voluto fare. Forse il più postmoderno di tutta la lista per la sua tendenza spregiudicata alla follia, la trama barcollante, l’epica assurdità di molte scene (il polpo sbranato vivo su tutte), i riferimenti ai B-movies americani ed asiatici, il coraggio delle riprese (il piano sequenza col martello), il perverso feticismo, gli inverosimili colpi di scena, le tonalità splatter, ed altro, altro, altro ancora. Film così ne capitano raramente. Per fortuna, verrebbe da aggiungere.

Mulholland Drive – David Lynch, 2001

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La palma se la aggiudica inevitabilmente lui. Perchè? Come, perchè? Non basta l’adozione di una prospettiva multipla che frammenta l’intreccio e ci racconta, come accadeva in Lost Highways, una coscienza dal suo interno? Non basta che tali frammenti si riuniscano a comporre un mosaico sconvolgente che ribalta davanti ai nostri occhi una concezione della realtà che eravamo abituati a dare per scontata? Non basta che tale operazione venga eseguita non con l’abilità chirurgica di un Kubrick, non con la verve estrosa di un Bunuel, ma con la direzione allo stesso tempo disturbante e serenamente folle di Lynch, che riprende in mano le simmetrie spezzate per raccontarci (e per nasconderci) il valore e il significato di tale rottura? Non basta la colonna sonora di Angelo Badalamenti, l’ironia caustica, le inquietanti scene saffiche, la maestria di Lynch nel ricreare ambienti sinistri e caricare di significato piccoli oggetti come una chiave, una borsa, un caffè? Potrei andare avanti…

10 grandi Horror

Premetto che questa classifica rispecchia un gusto personale più orientato verso l’horror intimista e psicologico che non verso l’esplicita rappresentazione della deformazione e del raccapricciante. Per cui non troverete Mario Bava che pure è imperdibile per gli amanti del genere. Tantomeno troverete Il collezionista (1965), Repulsion (1965), stavolta per motivi di spazio, né la trilogia animalesca di Argento che pure tende più verso il thriller. Ma questi erano tutti film degnissimi di menzione.

Insomma, può darsi che questa classifica non rispecchi i vostri gusti. In tal caso prendetela come un suggerimento e magari datemene anche qualcuno !

Buona lettura.

10° La casa dalle finestre che ridono – Pupi Avati, 1986.

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Provateci voi ad ambientare un horror quasi interamente di giorno, nella bassa ferrarese. Questo è un tentativo più che riuscito, a differenza del film cugino Zeder. Un restauratore  va a spasso negli acquitrini emiliani per raggiungere un villaggio in cui il controverso pittore Buono Legnani ha dipinto i suoi capolavori. Ma gli abitanti del paese rifiutano ostinatamente di spiegare i misteriosi eventi che sembrano ostacolare il suo lavoro. Un horror atipico, misterioso, intenso, ingiustamente sottovalutato. Una vera chicca per gli amanti del genere.

Nightmare – Wes Craven, 1984.

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Probabilmente il titolo più “pop” di questa classifica, ma merita un posto nella top ten per l’invenzione di un personaggio evergreen, l’inquietante Freddy Krueger, e per una serie di azzeccatissimi e indimenticabili momenti. La prima parte è vibrante e originale, la seconda meno convincente, come peraltro accade in molti horror americani. Ma la scena di Tina squartata a mezz’aria da artigli invisibili rimane unica per intensità, genialità perversa e macabro erotismo.

Suspiria – Dario Argento, 1977.

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A me Profondo rosso non è piaciuto. Questione di gusti, certamente, ma sono convinto che il miglior horror di Argento sia questo. L’eccellente colonna sonora, la tetra accademia di danza, l’ambiguità dei personaggi, un erotismo latente ma sempre palpabile e alcuni momenti di insana e gustosissima violenza (l’omicidio sul tetto, la morte del cieco) lo rendono un grande horror.

La notte dei morti viventi – George Romero, 1968.

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Un capostipite imperdibile e tuttora godibile nonostante il bianco e nero che spesso scoraggia anche i cinefili più accaniti. Eccellente miscela di repulsione e violenza in perfetto stile americano: segna l’inizio del “cinema zombi” e rappresenta un archetipo del genere e una delle vette indiscusse del cinema di terrore hollywoodiano.

Shining – Stanley Kubrick, 1980.

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Forse vi aspettavate di vederlo più in alto. E invece no. La regia razionalista di Kubrick crea un horror algido e minimalista che si distingue per la grande eleganza delle scelte di ripresa e per la tendenza innovativa di alcune scelte formali (la celebre carrellata rasoterra a seguire il triciclo, per esempio). Diverte, inquieta, emoziona, a tratti sbalordisce, ma la gelidità del tocco di Kubrick è un’arma a doppio taglio e Shining conturba senza sconvolgere.

Gli uccelli – Alfred Hitchcock, 1963.

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Un uomo conosce una donna. Iniziano a frequentarsi. Vanno qualche giorno al lago. Gli uccelli impazziscono e tentano di ucciderli. Una trama talmente assurda da sembrare uscita dalla mente di Bunuel, ma stiamo parlando di Hitchcock che non può deludere con questo tetro, originalissimo horror che è insieme sublimazione di fobie innominabili e critica alla violenza indiscriminata dell’uomo sulla natura.

Suspense – Jack Clayton, 1961.

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Se parliamo di classico cinema horror, questo è forse il migliore esempio. Da una meravigliosa storia di Henry James, “Il giro di vite”, un horror in bianco e nero che richiama l’espressionismo tedesco in chiave più intimista e delicata. Una governante si prende cura di due bambini ignorati dal padre in una villa di campagna. Accadono strani fenomeni che turbano il cuore sensibile della donna. Il cuore dei bambini invece, è forse già compromesso.

Rosemary’s baby – Roman Polanski, 1968.

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Un film così bello che non dimostra i suoi anni e mai li dimostrerà. Con Polanski arriviamo a un’altra categoria: un’horror che non si compone di immagini raccapriccianti, ma è invece vissuto all’interno della psiche della protagonista (e dello spettatore). Giovane donna newyorkese è incinta e teme che il marito abbia stretto un patto col diavolo. Il bambino non è ancora nato, ma è in pericolo mortale.

L’inquilino del terzo piano – Roman Polanski, 1976.

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Un personaggio affitta un appartamento che apparteneva a una donna che ha tentato il suicidio. Non si sa più se è una maledizione soprannaturale o semplice follia, ma la psiche del protagonista viene scossa, squassata, torturata. E anche quella dello spettatore. Al limite fra l’horror e il thriller psicologico: l’orrore nei film di Polanski è la mente stessa. Capolavoro diretto e recitato da un Polanski demoniaco.

Psycho – Alfred Hitchcock, 1960.

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Era prevedibile, ma come si fa a sceglierne un altro? Psycho è un film perfetto, tecnicamente e artisticamente. Anch’esso in bilico fra l’horror e il thriller, evoca pulsioni e perversioni impronunciabili e miscela violenza, romanticismo, psicologia, noir ed erotismo. Quasi inutile spendere parole per Psycho, è un film talmente bello che si commenta da sé.

FUORI CATEGORIA:

Nosferatu – Friedrich Murnau, 1922.

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Inclassificabile in quanto è l’archetipo del cinema horror. Comprendo le difficoltà nell’affrontare un film muto e in bianco e nero, ma andrebbe visto almeno una volta nella vita per godere dello stile espressionista, della magia che lo pervade, della sua poetica tristezza.

Critica filosofica dei cartoni animati – “Aladdin secondo Platone: il potenziale inespresso del governante-filosofo”. Scritto da R.C.

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La critica qui riportata si occuperà del cartone animato Disney “Aladdin” (1992), tentando di dimostrare come l’universo morale proposto dalla fiaba celi in realtà una sottile perversione mirante al sovvertimento etico della realtà. In particolare, la mia tesi è che l’antagonista Jafar fosse l’unico personaggio veramente degno di stima e compassione all’interno dell’intera vicenda umana presa in esame.

 

Di come il Sultano sia inadatto al governo

 

Se guardiamo all’aspetto pacioso e rubicondo del Sultano, non ritroviamo certo i tratti solenni del grande statista, né gli zigomi spigolosi e la mascella squadrata (segnali, secondo antiche reminescenze fisiognomiche, di durezza e determinazione). Ma ad un esame più minuzioso, ci accorgeremo che non è solamente il physique du rôle che difetta al sovrano di Agrabah. Ma andiamo con ordine.

In primo luogo, il Sultano si dimostra dedito a passatempi infantili; l’infantilismo, come è risaputo, è una conseguenza della senilità, per quanto possa apparire paradossale. E se il nostro vecchietto fosse un caro giocatore di burraco dirottato all’ospizio, che passa il suo tempo fra una pappa calda e una pillola, non ci sarebbe nulla di male. Tuttavia, il vecchietto in questione è niente popodimeno che l’unico reggente di un importante centro carovaniero, uno snodo commerciale unico per splendore e imponenza nel bel mezzo di un’area brulla e desertica, brulicante di predoni e insidie. Una delle prime scene in cui è ritratto il Sultano lo vede impegnato ad un tavolo, ma non per studiare nuove rotte commerciali, né per elaborare acute strategie militari: niente affatto. Il Magnifico Reggente è circondato da pupazzetti e statuine di animali, leoni, vitelli e giraffe e quant’altro, dedito ad impilarli quasi fossero le componenti di un Lego. Vediamo subito di intenderci: lo spreco di pomeriggi in futili passatempi è una consuetudine fra nobili e reali, ma di solito viene riscattato dalla raffinata futilità, dalla rarità barocca del passatempo, come ad esempio la caccia alla volpe, o l’inseminazione di un’odalisca vergine. In questo caso, pupazzetti zoomorfi.

Il divertissement del Sultano ne denuncia la dissennatezza, ma soprattutto (come testimonia quel palazzo enorme, vuoto, colmo solo di guardie e visir) la scarsa attitudine sessuale. Come un fanciullo, il Sultano (cosa assai insolita per quell’epoca storica e per quell’area geografica) dopo la vedovanza ha perseguito una monogamia pervicace, inossidabile; nessuna concubina, nessuna verginetta allieta le notti solitarie del Sultano, i cui appetiti appaiono diretti soltanto ai profili variopinti dei pupazzetti. Ma c’è di più: la virilità del Sultano è a tal punto prosciugata ed estinta, che nemmeno riesce ad imporsi sull’unica figlia (viziata e arrogante) affinché un matrimonio d’interesse salvi il fragile equilibrio politico su cui si regge Agrabah e l’ancor più fragile equilibrio mentale su cui si regge il Palazzo. Facoltosi e affascinanti principi vengono respinti a turni, mentre il Sultano continua a impilare animaletti finti e a rimpinzare quelli veri (Jago) di biscotti.

Un altro indizio tangibile della grave demenza senile che affligge il Sultano è la sua estrema e pervasiva suggestionabilità: la facilità con cui cede all’ipnosi è imbarazzante. Ogni volta che il Gran Visir agita lo scettro, il Sultano si comporta come un cagnolino ammaestrato. E quando Aladdin entra in scena con il suo magico tappeto, ecco che il Sultano impazzisce nuovamente, in un orgasmo ludico che denuncia una deprecabile mancanza di lucidità e un eccesso di entusiasmo che non può non essere il chiaro sintomo di una malattia mentale. Sorvoliamo sulla sorprendente facilità con cui accetta la candidatura del principe Alì come marito di Jasmine: quel travestimento, opera di un Jinn, avrebbe ingannato chiunque. Ma un’altra cosa non la si può perdonare: verso la fine del cartone animato, quando Jafar, divenuto Sultano grazie al Jinn, intima al vecchio Sultano di inchinarsi di fronte a lui, solo il tono ribelle della principessa lo preserva da un cocente disonore: il vecchio aveva già piegato le ginocchia e steso le braccia in una precoce e sdilinquevole proskinesis.

Risulta dunque chiaro quale sia, una volta per tutte, la reale natura del vecchio Sultano: un uomo anziano, arrendevole, codardo, fiaccato dalla senilità e braccato dalla demenza profonda che tale senilità porta con sé. Un uomo assolutamente inadatto alle decisioni, al comando, al governo, debole nel corpo come nello spirito, schiavo dei capricci della figlia, e totalmente privo di lungimiranza: è disposto ad accogliere un traditore come primo ministro e un ex-ladruncolo come genero.

 

Di come Jafar sia il miglior candidato al sultanato di Agrabah

 

Iniziamo col distinguere il ruolo del Sultano (analogo a quello di un monarca) dal ruolo del Gran Visir (analogo a quello di un primo ministro). Un sovrano non si elegge: eredita la sua carica insieme al sangue dei suoi avi; e nel sangue non c’è merito. Un sovrano può esercitare il suo potere in maniera assennata, ma anche in maniera dispotica e violenta. Un sovrano, infine, è sovrano per diritto di nascita. Un Gran Visir non è nulla di tutto questo: per diventare Gran Visir (un po’ come per diventare console) occorreva certamente un buon nome, ma anche un cursus honorum, uno studio approfondito, diligenza, intelligenza, arguzia e furbizia; un sovrano non ha concorrenti al trono (casomai, potenziali usurpatori), ma per diventare Gran Visir, la concorrenza è ampia. Possiamo quindi immaginare che Jafar abbia seguito un corso di studi, abbia esercitato alcune cariche minori con giudizio e raziocinio, e che sia giunto alla carica di Gran Visir grazie ad un’accurata selezione. Il ruolo che compete a Jafar (ma anche i suoi modi, la sua eloquenza) rivelano un’educazione forbita, una cultura profonda, un polso fermo, una feroce ambizione, insomma le qualità proprie di un regnante. Fedele, pur senza conoscerlo, al Principe machiavellico, Jafar è volpe e leone, astuzia e forza bruta; la violenza e la crudeltà, mi si potrà obiettare, non sono certo qualità. Non in senso stretto: ma la ragion di stato ha fini e modi diversi dalla ragion comune, e violenza e crudeltà non sono per Jafar un’inveterata consuetudine (Jafar non è certo un antagonista grezzo e bestiale, bensì mellifluo e raffinato), ma un’estrema ratio, un espediente da utilizzare solo ed esclusivamente in mancanza d’un piano migliore, cesellato grazie al martello della ragione che batte il ferro del tempo. Mi si potrà obiettare la viltà del tradimento perpetrato ai danni del Sultano. Eppure, ricordate che anche Giulio Cesare salì al potere con un colpo di stato. Il glorioso Impero Romano nacque, in fondo, da un atto di violenza; l’atavica cultura semitica, di cui siamo tuttora intrisi in quanto occidentali, è nata da un fratricidio, quello di Caino su Abele. Senza contare, come ho già ricordato, che la ragion di stato ha fini e modi diversi rispetto alla ragion comune: sono pronto a scommettere che un sultanato retto da Jafar avrebbe portato ad Agrabah un grande guadagno, non solo in termini di introiti commerciali, ma anche una forte espansione militare. Come fermare, infatti, un esercito guidato da un jinn?

Ma, se non vi siete convinti, esaminiamo l’alternativa: Aladdin. Un ragazzo savio e di buon cuore, certamente, ma sprovvisto delle più elementari nozioni di economia, matematica, politica, retorica e buone maniere. Un ladruncolo, che per l’intera sua vita ha preferito condurre la vita romantica del criminale piuttosto che cercare un onesto apprendistato presso un qualunque artigiano o bottegaio di Agrabah. Un ipocrita, che di fronte a una inaspettata ed incredibile fortuna (la lampada) decide di perpetrare un altro inganno, l’ennesimo, ai danni del Sultano e di sua figlia, fingendosi un ricco principe venuto da lontano. C’è poi molta differenza tra l’inganno di Aladdin, che si finge principe per avere Jasmine, e l’inganno di Jafar, che ipnotizza il Sultano affinché Jasmine acconsenta a sposarlo? Non molto, oserei dire. Aladdin può vantare ben poco, a parte la sua simpatia e il sincero amore che nutre per Jasmine.

Potete ben vedere, dunque, che il miglior candidato per il trono di Agrabah fosse senza dubbio Jafar, dopo tanti anni di onorato servizio svolto egregiamente. La vittoria di Aladdin su Jafar è in realtà quindi la vittoria del nepotismo sulla meritocrazia, del clientelismo sullo studio assiduo, della piacioneria sulla cultura e la raffinatezza, e sono pronto a scommettere che ha avuto conseguenze nefaste per l’intero sultanato di Agrabah: non vi è stata alcuna espansione militare, né una fioritura economica. Avete mai sentito parlare del Golfo di Agrabah, del Regno di Agrabah, nei vostri libri di storia? Niente di tutto questo è avvenuto. Agrabah è sparita, inghiottita dal furore dei secoli, divelta dalle scimitarre di tribù più feroci, erosa dalle sabbie del tempo, distrutta da una dinastia di regnanti irresponsabili e bigotti, di cui non rimane ormai che qualche fiaba scolorita, in cui i personaggi più tetri sono – immancabilmente – i vinti.