Altri titoli del 2021

Titane, J. Ducournau ★★★☆☆

Bambina con placca di titanio in testa, poi ragazza, ballerina, anzi strip-teaser, anzi serial killer, poi in fuga, diventa ragazzo, anzi figlio, scomparso, anzi ritrovato, di un capo-pompiere, anzi amante, partorisce bimbo di titanio.

40% Cronenberg + 40% Wachowski + 20% Presepio = 100% Palma d’Oro.

Confuso

Il collezionista di carte, P. Schrader ★★★☆☆

Gambler professionista (Isaac) pratica esistenza routinaria e dimessa per dimenticare di aver torturato gentaglia ad Abu Ghraib. Quindi adotta giovane orfano vagabondo e gli insegna il mestiere. Schrader ruba l’incipit a PT Anderson (Hard Eight) e il finale a sé stesso (Light Sleeper). Il poco che resta è originale.

Giàvvisto

Drive My Car, R. Hamaguchi ★☆☆☆☆

Regista scopre che la moglie lo tradisce con giovane attore. Lei lo lascia, nel senso che muore. Lui si confiderà con la sua autista, una giovane taciturna che ha alle spalle un passato di abusi.

Lungo melò Murakamiano, emotivamente vistoso e ridondante, davvero poco giapponese: gente che si abbraccia nella neve sussurrandosi che bisogna andare avanti.

Acclamato ovunque come un capolavoro. Ma non è colpa mia.

Ce-la-faremico

[1] Nicolas Winding Refn. La vertigine del fato

Estratti e riferimenti dal mio prossimo volume (in uscita per Falsopiano nel 2022).

Sopra, Mean Streets, M. Scorsese, 1973. Sotto Pusher, N. Winding Refn, 1996.

In Pusher, esordio di Nicolas Winding Refn, ritroviamo “il senso di opprimente fatalismo, di repressione emotiva, di violenza endemica e autodistruttiva, la sessualità ansiogena, irrisolta e infine il realismo autodafé, la cinematografia granulosa e i viraggi forti, retaggio di quel cinema americano underground, low-budget e fieramente periferico, gli irripetibili anni di Karel Reisz, Tobi Hooper, Martin Scorsese, John Cassavetes, William Lustig…”

Qui, il confronto tra due piani medi al bancone di un bar rivela tre importanti dettagli. Il primo, una tensione latente pronta a esplodere in qualsiasi momento. Il secondo, una passione per i cromatismi accesi, con un colore in particolare – in questo caso, il rosso – che satura l’inquadratura fino a trascendere la semplice funzione descrittiva o simbolica, configurandosi piuttosto come un evento, denso e irriducibile nella sua pregnanza visuale. Terzo, che Harvey Keitel era in gran forma.

Best of 2018

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Non senza qualche indecisione, allego il mio best of dei film usciti (e visti) nel 2018.

1. Un affare di famiglia (Hirokazu Kore’eda)
2. Il filo nascosto (Paul Thomas Anderson)
3. Roma (Alfonso Cuarón)
4. L’albero dei frutti selvatici (Nuri Bilge Ceylan)
5. Dogman (Matteo Garrone)
6. Mektoub, My Love: Canto uno (Abdellatif Kechiche)
7. Visages, Villages (JR, Agnès Varda)
8. Il sacrificio del cervo sacro (Yorgos Lanthimos)
9. Ex Libris – The New York Public Library (Frederick Wiseman)
10. Un sogno chiamato Florida (Sean Baker)

10 anni di Ondacinema

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In occasione del decennale di Ondacinema, abbiamo selezionato i film più significativi del decennio 2008-2018. Qui di seguito la mia cinquina:

L’atto di uccidere di Joshua Oppenheimer (2012)
Still Walking di Hirokazu Kore’eda (2008)
Melancholia di Lars Von Trier (2011)
Il nastro bianco di Michael Haneke (2009)
The Master di Paul Thomas Anderson (2012)

Bertolucci in tre parole

Erotismo

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Ultimo tango a Parigi, 1972

Secondo Bertolucci, “senza ’68 non ci sarebbe stato Ultimo tango a Parigi“. Il suo cinema, pullulante di lubriche fantasie e ossessioni private, va contestualizzato nell’ambito della sexual liberation che gradualmente permise la rivalutazione dell’erotismo come forma espressiva, anche al cinema (Bertolucci in Italia, Oshima in Giappone, Jaeckin in Francia, Franco in Spagna…)

In questo senso Ultimo tango, circonfuso ancora oggi da una ingenerosa cattiva fama (burro e affini), è uno dei film più rappresentativi del cinema di Bertolucci. La parabola sentimentale di Schneider e Brando, che lasciano le proprie identità al di fuori del pied-à-terre dove si incontrano, valorizza la dimensione estatica dell’erotismo, in senso etimologico – ex-stasis, “esser fuori da sé stessi”.

 

Esotismo

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Il tè nel deserto, 1990

La dimensione estatica non è però una condizione tipica del solo erotismo. Piuttosto, è un’aspirazione caratteristica dei personaggi bertolucciani, che cercano nella fuga la liberazione dal malcontento endemico di una classe borghese agiata e insoddisfatta. L’esotico assume quindi le sembianze di un orizzonte estraniante e (illusoriamente) salvifico.

Come il deserto nel Tè nel deserto, adattamento patinato e decadente del romanzo The Sheltering Sky di Paul Bowles, poco amato dalla critica malgrado la roboante colonna sonora di Ryuichi Sakamoto, la ricercata cinematografia di Vittorio Storaro e gli incantevoli paesaggi del Maghreb.

 

Fotografia

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Il conformista, 1970

Ovvero, in senso etimologico, “scrivere con la luce” (phos-graphia). È quello che ha fatto Vittorio Storaro, cinematographer di Bertolucci da Il conformista a Piccolo Buddha (1970-1993). Vincendo nel frattempo tre Oscar, per Apocalypse Now (Coppola 1979), Reds (Beatty 1981) e L’ultimo imperatore (Bertolucci 1987).

La raffinata fotografia di Storaro, ispirata alla teoria dei colori di Goethe, adopera la dialettica di ombra e luce come un linguaggio capace di veicolare concetti e condizionare la sfera percettiva dello spettatore. Gli effetti sono già visibili nel primo lavoro che sancì la collaborazione fra Bertolucci e Storaro, Il conformista, nel quale tormenti e conflitti vengono espressi in chiave cromatica, prima ancora che narrativa: “i colori blu, azzurro, violetto, verde, giallo, arancio, si trovano situati tra due limiti estremi, il nero e il bianco, che sono anche i due limiti opposti della vita, il buio e la luce” (Storaro su Taxidrivers, 2010).

 

Il sacrificio del cervo sacro – Y.Lanthimos, 2017

Steven Murphy (Colin Farrell), stimato cardiologo, coltiva una strana amicizia con il sedicenne Martin (Barry Keoghan). Da quando Martin incontra la moglie di Steven, Anna (Nicole Kidman) e i figli Kim e Bob, accadono inquietanti e terribili disgrazie.

Commento

KOASD è una storia profondamente ellenica, nei toni e nei temi. Non tanto perché il regista è greco, quanto perché la fonte d’ispirazione dichiarata è il dramma euripideo “Ifigenia in Aulide”. Pertanto, la conoscenza dell’opera di Euripide agevolerà, e non poco, la comprensione del film.

“Ifigenia in Aulide” è ambientata poco prima della guerra di Troia. Una bonaccia innaturale  blocca la flotta achea nel porto di Aulide, in Boezia, e impedisce agli eroi di salpare. L’indovino Calcante dichiara che l’assenza di venti è causata dalla dea Artemide, offesa dal capo della spedizione Agamennone. L’indovino predice anche che soltanto il sacrificio di Ifigenia, figlia maggiore di Agamennone, placherà l’ira di Artemide. All’ultimo momento, la dea salva Ifigenia e invia al suo posto una cerva sacra.

Il tema focale del film è la colpa. Secondo un perfetto stilema della mentalità greco-arcaica, ogni colpa dev’essere espiata, ma non necessariamente dal colpevole. La colpa ricade sulla famiglia, sulla città o persino sulla stirpe di chi per primo violò le regole. Nel film, la colpa assume il volto innocente e inquietante di Martin, che ha il potere soprannaturale di far ammalare, uno dopo l’altro, i membri innocenti della famiglia di Steven.

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Martin (Keoghan). Il momento degli spaghetti è assai più inquietante di numerose scene “horror” viste di recente

Come nel dramma euripideo, la colpa è un principio astratto ma concreto, irrazionale e inesorabile, una minaccia che infesta l’orizzonte morale e narrativo dell’intera opera, sospesa sui personaggi come un cielo cupo. Come nel dramma euripideo, il responsabile rifiuta di riconoscersi tale; la colpa non scatena la vergogna, bensì l’ipocrisia.

La scienza e la razionalità cui Steven si appella nel momento del bisogno sono inutili. Vano è anche il ricorso alla violenza, contro una giustizia soprannaturale che è essa stessa suprema violenza, suprema indifferenza.

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Lo sguardo glaciale di Anna (Kidman).

Solo Anna ha il coraggio di incrociare l’algido sguardo di Martin – gli occhi del fato – nel tentativo di stabilire un dialogo, di trovare una soluzione, di riscattare le numerose e inconfessabili colpe del marito (negligenza, opportunismo, tradimento, probabile inclinazione alla pedofilia…). Dimostrando senso pratico, resilienza e intuito per i principi ineffabili e inesprimibili della vita, qualità proprie delle donne euripidee – e forse di tutte le donne.

Da un punto di vista formale, KOASD è un dramma dal ritmo compassato, ricco di riferimenti, che vira con garbo verso l’horror psicologico. Con poche regole essenziali e talentuoso rigore deduttivo, lo spettatore viene traghettato nel regno dell’assurdo senza traumi, senza scosse, come nella traversata di un fiume ampio e calmo.

I film di Lanthimos si spiegano da sé, come eleganti teoremi costruiti su pochi semplici assiomi. È la loro bellezza, poiché creano mondi immaginari ma credibili, paradossali e intriganti. È il loro limite, poiché le conclusioni sono già implicite nelle premesse, come esemplifica il dialogo fra Steven e Martin nella caffetteria dell’ospedale.

Tale struttura, ovviamente, è intrisa di black humour, unico elemento alieno rispetto all’originale dramma euripideo (e alla tragedia greca in genere), che tuttavia è un elemento ricorrente nella filmografia di Lanthimos (e nel cinema drammatico contemporaneo di qualità).

Menzione particolare per la colonna sonora, che oltre ad includere brani e autori eccellenti (Bach, Schubert, Ligeti…) dimostra una singolare e indipendente personalità. La maniera in cui le note sembrano commentare e talvolta opporsi agli sviluppi narrativi ricorda il ruolo del coro nelle tragedie greche. Sarà un caso?

★★★☆☆

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Montparnasse femminile singolare – L.Sérraille, 2018

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Urla, schianto, un monologo torrenziale. L’attacco perentorio rivela sin dalle prime scene una cifra narrativa e stilistica ben delineata. Montparnasse femminile singolare, esordio di Léonor Serraille, è la storia di Paula (Laetitia Dosch), trentenne costretta a rifarsi una vita a Parigi dopo la brusca rottura con il fidanzato Joachim, fotografo affermato […] Immersa in una società liquida, il cui unico tratto permanente è la precarietà (emotiva, oltre che economica), Paula sperimenta la difficile ricostruzione di un’identità tramite l’esercizio di un’autonomia percepita innanzitutto come solitudine.

La recensione completa su Ondacinema.

I, Tonya – C.Gillespie, 2018

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Storia vera della balzana Tonya Harding (Margot Robbie), campionessa di pattinaggio, poi criminale, poi pugile.

Commento

È facile intravedere nella smagliante parabola sportiva di Tonya una grottesca distorsione dell’American Dream. La competizione per la vittoria equivale alla lotta per il successo, e la violenza non rappresenta una deviazione dallo status quo, bensì la sua più naturale e fulgida espressione.

Gillespie sceglie un taglio leggero e scanzonato per la mise en scene di questo biopic, diretto con un taglio documentaristico ispirato al primo Allen. L’ottima caratterizzazione degli interpreti bilancia una regia puntuale ma povera d’inventiva. Le gag consistono più che altro in interpretazioni caricaturali intrise di stereotipi redneck.

★★☆☆☆

A Beautiful Day – L.Ramsay, 2018

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Lynne Ramsay si conferma nel novero delle firme più incisive e riconoscibili del cinema contemporaneo. Al quarto lungometraggio, adattato da un romanzo di Jonathan Ames, confeziona un thriller crudo e laconico, premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura e la migliore interpretazione maschile (Joaquin Phoenix).

La recensione completa su Ondacinema.