The Assassin e lo stile qinglu 青綠

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I cavalieri, le montagne, il verde, il blu. 

Sopra, un’immagine tratta dallo wuxia “The Assassin” (Hou Hsiao-hsien, 2015); sotto, una copia Ming del dipinto di Qiu Ying che ritrae il viaggio dell’imperatore nella provincia dello Sichuan.

Non stupisce che il regista si sia ispirato alla tradizione pittorica cinese per la realizzazione del film, la cui estetica mesmerizzante sfrutta vividi contrasti cromatici e luminosi nel tentativo di esprimere i conflitti quiescenti in un contesto di calma apparente.

Nello stile qinglu 青綠 (“blu-verde”) si trova espresso, come in gran parte della pittura shanshui 山水 (“paesaggio”), il contrasto tra cicli naturali e disegni umani. I primi, indifferenti ai secondi, li sussumono in un più ampio contesto, nel quale diluiscono,  rivelandosi contingenti e arbitrari rispetto alla maestosità del cosmo.

A Yinniang, assassina incaricata di uccidere il cugino, non resta che scegliere tra giustizia sociale e armonia interiore, incarnando una volta di più il conflitto amletico tra ruolo e indole, responsabilità e desiderio.

★★★★☆

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L’imperatore Minghuang viaggia tra le gole dello Sichuan. Il dipinto è parte di un rotolo molto più grande, inchiostro su seta, probabile 17° secolo.

L’uomo di Vimini – R. Hardy, 1973

Restando nei confini dell’horror, propongo un breve commento di un classico, The Wicker Man del 1973, ormai dimenticato eccezion fatta per l’orrendo remake del 2006 con protagonista Nicholas Cage (e dopotutto, come è mai possibile fare un buon film se si comincia scritturando Nicholas Cage?)

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Lt. Howie perplesso durante le sue indagini.

Il sergente di polizia Neil Howie (Edward Woodward) si reca nella remota isola Summerisle (Scozia) in seguito alla ricezione d’una lettera anonima che denuncia la scomparsa di una bambina. Howie, devoto cristiano episcopale, si trova di fronte a eventi inconsueti e disturbanti: reticenze, menzogne, riti pagani e bizzarri costumi, come quello di consumare rapporti sessuali all’aperto.

Il ligio poliziotto chiede dunque spiegazioni al capo della ristretta comunità, Lord Summerisle (Cristopher Lee), ottenendo pochi ed ambigui suggerimenti. Decide dunque di continuare le indagini in segreto, sfidando apertamente l’atmosfera ostile che sembra aleggiare nell’isola.

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Strani tentativi di seduzione rendono Lt. Howie più perplesso di quanto già non fosse.

Il contrasto fra puritanesimo e paganesimo, repressione e sensualità, coercizione e anarchia è la colonna vibrante che sostiene l’architettura narrativa dell’intera pellicola. L’enigmatica alternanza dei ruoli, che vede il protagonista di volta in volta preda e cacciatore, sviluppa gradualmente un senso ambiguo di repulsione e attrazione verso ciascuna delle parti in lotta.

Mai come in questo film, l’orrore ha un volto umano, reale, e persino seducente. In The Wicker Man il male non ha origine infatti nel soprannaturale; si identifica invece con le pulsioni fondamentali della natura, violenza e sessualità, nel momento in cui esse, sospinte dall’ebbrezza dionisiaca, travalicano gli argini della ratio apollinea e cancellano con furia menadica i confini inviolabili del sacro.

Questo conflittuale dialogo fra inconciliabili opposti, Cristopher Lee, l’erotismo dilagante e lo splendido finale lo rendono un classico imperdibile per i sinceri amanti del genere horror.

★★★★☆

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Il mitico, irreprensibile Cristopher Lee, in uno dei ruoli più intriganti della sua carriera (come lui stesso ebbe a dire).

La donna di sabbia – H. Teshigahara, 1964

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…una cattività morbosa, impressa nel bianco e nero angoscioso di una fotografia materica (Hiroshi Segawa), che restituisce in maniera cruda e tangibile la grana fine e fluida della sabbia, la consistenza dei corpi…

Un entomologo dilettante si perde tra le dune di un remoto villaggio. Viene ospitato da una vedova che abita sul fondo di una cava di sabbia. E che non lo lascerà più andar via.

Hiroshi Teshigahara, firma illustre della nuberu bagu (ヌーベルバーグ), dirige un incubo visionario permeato da un torbido erotismo.

★★★★★

Recensione critica completa su Ondacinema.

 

Hard Eight – P.T.Anderson, 1996

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In questo ruolo P.B. Hall ricorda, e non poco, E.G. Robinson (più sotto).

Il misterioso Sidney (Philip Baker Hall), vecchio squalo del tavolo da gioco, insegna all’ingenuo John (John C. Reilly) come guadagnarsi da vivere bazzicando nei casinò. Da mentore a padre, il passo è breve.

Commento

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Robinson in un altro celebre film sul gioco d’azzardo, Cincinnati Kid.

Hard Eight sfrutta le atmosfere e i topoi narrativi tipici del genere noir (un protagonista carismatico, un passato oscuro, una donna bella e dannata, debiti di gioco, omicidi), affidando la chiave di volta a un colpo di scena che spariglia le carte verso la fine. Ai due ottimi interpreti sopracitati, si aggiungono le altrettanto buone interpretazioni della bella (Gwyneth Paltrow) e del bruto (Samuel L. Jackson) di turno. Menzione particolare per Baker Hall, che evocando lo spettro del grande Edward G. Robinson si esibisce forse nella prova migliore dell’intera carriera. La regia, misurata e distinta come il protagonista, si macchia di eccessiva deferenza.

 

★★☆☆☆

 

Ballata macabra – D.Curtis, 1976

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La famiglia Rolf (I coniugi Rolf sono Oliver Reed e Karen Black, il figlio è Lee Montgomery e la parte di zia Elizabeth spetta alla mitica Bette Davis) affitta per l’estate una splendida villa neo-classica nella campagna californiana. I padroni di casa, i fratelli Allardyce, pongono un’unica condizione alla famiglia: continuare ad occuparsi della madre anziana, che vive nell’attico.

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Commento

Ballata macabra è un horror psicologico che si regge su una struttura molto semplice: introdurre una famiglia in una casa e osservare come essa si disgreghi sotto l’influenza nociva di una misteriosa minaccia soprannaturale. Al misterioso male che corrode i personaggi dall’esterno si aggiungono gli inconfessabili problemi che affliggono il nucleo familiare, celati sotto lo schermo confortante del conformismo alto-borghese: sopiti istinti di violenza e dominio, avversione sessuale, menzogna.

Curtis utilizza sapientemente luci e colori secondo gli stilemi del genere, creando scene di sicuro impatto con pochi e sobri accorgimenti. Poteva esplorare più a fondo il crinale della traumatologia psicologica negli ambienti familiari, così come poteva imprimere maggior ritmo ad una storia che, come una foglia, finisce per cadere più o meno dove ci si aspetta che cada.

Rimane comunque un buon horror, un soggetto intrigante per gli amanti del genere. Senza dubbio ispirò The Shining (1980), che lo ricorda non soltanto per l’ambientazione, ma anche per l’inquietante senso labirintico di ineluttabile circolarità che opprime ed intrappola i personaggi.

★★★☆☆

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