I figli del fiume giallo – J. Zhangke, 2019

Tre spunti per meglio comprendere il film più bello di questa (quasi) metà del 2019.

Close-up

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Usciti per un piatto di ravioli al vapore, Qiao e Bin si trovano improvvisamente circondati.

Premuto contro i personaggi, lo sguardo della telecamera sembra volerne costantemente arginare gli sforzi, le passioni, gli impeti, gli slanci, inchiodandoli a un destino tanto più fosco quanto più liberamente lo si è scelto, come nel caso di Qiao, innamorata del cinico Bin contro ogni evidenza.

Ma in fondo il contenuto di un’inquadratura è definito soprattutto da ciò che vi è escluso, e allora la serrata sequela di close-up non è che un modo per rendere invisibile e incerto ciò che lo è per definizione, ovvero il futuro, lasciandolo tracimare nel profilmico con rapidità esiziale – l’aggressione allo stesso Bin, per esempio.

Edilizia

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Palazzi in serie, cantieri, edifici diroccati in primo piano e una scintillante skyline sullo sfondo. Malgrado l’assenza di figure, l’immagine descrive la società umana in maniera eloquente.

I numerosi scorci urbani, di periferia o metropoli, di città abbandonate o in costruzione, sono un tratto riconoscibile della poetica di Zhangke. L’edilizia si impone dunque come un fattore estetico di primario interesse per comprendere la visione del regista. Il processo di costruzione, emigrazione e ricostruzione caratterizza la società umana in generale, oltre che il selvaggio sviluppo della Cina moderna.

Ma l’edilizia si configura anche come riverbero, quasi espressionista, degli stati d’animo: impegnati in una incessante ricostruzione dei desideri, dei sentimenti, delle loro vite martoriate – potremmo quasi chiamarla una “edilizia emotiva” -, i personaggi di Zhangke rovesciano la tradizionale opposizione fra città (o civiltà, dopotutto l’etimologia è la stessa) e natura. In una rete urbana pervasa da tensioni latenti e pericolosi equilibri di potere, che si alternano in una frenetica ridda, l’individuo riacquista il proprio senso di umanità a contatto con l’indifferente immensità del mondo naturale: i paesaggi vasti, i cieli notturni, le sabbie del Gobi, gli altipiani vulcanici, i treni che li attraversano.

Spazio

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Tre livelli di prospettiva, come negli antichi dipinti shanshui: umanità e tecnologia, paesaggi antropici e infine la massa scura di un vulcano (forse) dormiente. L’inquadratura veicola magistralmente l’illusione del controllo e la forza travolgente del fato (direbbe Leopardi, il brutto poter che ascoso a comun danno impera…)

Insomma, l’opera di Zhangke è narrativamente eversiva: invece di usare un lasso di tempo per raccontare uno spazio determinato, sembra voler utilizzare lo spazio per raccontare il tempo, o più precisamente, un’epoca: la rapida evoluzione della RPC in un contesto traumatico nel quale antichi riti e valori secolari convivono con le rispettive negazioni.

Ai frequenti piani ravvicinati si alternano in un vivido contrasto sontuose panoramiche in cui ritroviamo intatto il prezioso legame tra umanità e territorio, minacciato dalle recenti politiche ambientali del governo cinese tra le quali figura, citata in maniera esplicita, la mastodontica Diga delle Tre Gole sullo Yangtze, che ha sommerso un migliaio di inestimabili siti archeologici, estinto specie vegetali e animali e costretto all’esodo milioni di persone.

Dopotutto nel titolo originale, “figli e figlie del Fiume Giallo” (jianghu er nu) è già implicito il gioco di corrispondenze che accosta le singole storie alla grande terra che maternamente le accoglie, le nutre, le stringe e le divora.

★★★★★

La caduta dell’impero americano – D. Arcand, 2019

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Benestante, istruito, over-qualified, disilluso, insoddisfatto. Il protagonista è il ritratto medio della gioventù occidentale.

Trentaseienne dottore in filosofia che lavora come fattorino trova la refurtiva di una rapina. Che fa, li tiene? Lo sguardo caustico di Arcand era già acuto e incisivo nei confronti dell’Occidente contemporaneo fino almeno dai tempi de “Il declino dell’impero americano” (1986), passando per l’eccellente “Le invasioni barbariche” (2003, Oscar come miglior film straniero, miglior sceneggiatura a Cannes).

Nichilismo dei valori, amore liquido, rapporto tra benessere economico e felicità sono temi che tornano prepotentemente attuali ne “La caduta dell’impero americano”. Riflessione parodica sul neoliberismo, dilapida un promettente patrimonio di spunti in una storia dal ritmo lasso.

La recensione completa su Ondacinema.

★★☆☆☆

Oro verde – C. Guerra e C. Gallego, 2018

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Rapayet e Zaida ballano la Yonna.

Dopo “El Abrazo de la Serpiente”, Ciro Guerra compone, stavolta insieme a Cristina Gallego, un altro seducente affresco antropologico, rievocando la Colombia dei nativi Wayuu nel periodo immediatamente precedente alla nascita del narcotraffico internazionale. I riti e i ritmi ancestrali che scandiscono il tempo della comunità indigena vengono stravolti dal denaro dell’uomo occidentale, in cerca dell’oro verde.

“Pajaros de Verano” (uccelli di passaggio) non è solo un’epopea criminale familiare (alla Coppola, alla Scorsese), ma soprattutto un’elegia delle minoranze culturali cancellate dall’avvento di un’economia globalizzata, raccontata mediante un simbolismo raffinato (che sembra alludere ai lavori di Magritte e Imamura).

Malgrado la debole caratterizzazione di alcuni personaggi principali, “Oro verde” ha il merito di trasfigurare una narrativa etnografica in una poetica visionaria e immaginifica.

★★★★☆

Noi – J. Peele, 2019

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La figura del doppelgänger rispecchia gli effetti della marginalizzazione culturale ed economica nel contesto della società statunitense (U.S.).

Già nel brillante esordio “Scappa-Get Out,” Jordan Peele aveva saputo rimodellare la filmografia di genere in chiave militante, innestando in una cornice romeriana il riflesso dell’America contemporanea. E parlando di riflessi, proprio la virtù della specularità conquista in “Noi” una preminenza prospettica che dirige ogni sforzo critico e interpretativo.

Meno coeso e allusivo rispetto al film precedente, “Noi” trova il proprio punto di forza (e forse anche il proprio limite) nella fiera concettualità che governa e pervade il contenuto, chiamando lo spettatore al compito dell’enigmista. Di certo, Jordan Peele si cimenta nella realizzazione di un’opera ambiziosa, abitando la filmografia di genere come un ospite perturbante che la trasfigura dall’interno per restituirci qualcosa di più sinistro rispetto alla finzione orrorifica, ovvero uno specchio della realtà.

★★★☆☆

La recensione completa su Ondacinema.

La casa di Jack – L. von Trier, 2019

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Tipico LVT: erudizione, provocazione, esagerazione.

“This is the maiden all forlorn/that milked the cow with the crumpled horn/that tossed the dog/that worried the cat/that killed the rat/that ate the mold/that lay in the house that Jack built.” La filastrocca compare ne “L’elemento del crimine”, quindi in un certo senso il titolo dell’ultimo lungometraggio di LVT proviene dal primo. Il confronto rivela alcune similarità – il racconto introdotto da un doppio narratore esterno che permette un recupero analettico della storia, centrata sull’investigazione del male e della sua virulenza – ma anche una differenza sostanziale: là l’indagine verteva sull’origine del male, qui ne esamina gli effetti, accostando la violenza all’arte nella sua valenza catartica. In questo senso il dialogo fra Jack e Verge contrappone arte classica e contemporanea, simmetria e performance, teoria e pratica, ispirandosi alle atmosfere di Dante e ai colori di Delacroix e Géricault.

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La Barca di Dante, Eugène Delacroix, 1822 (Louvre).

La Weltanschauung nichilista presuppone in “La casa di Jack” l’inconsistenza dei valori morali, l’impossibilità di un discrimine funzionale tra bene e male. L’uomo dunque è libero in senso assoluto e chiamato a darsi da sé i propri valori, perciò la vita estetica è il modello di esistenza più alto. Facile ravvisare una sinfonia di echi Nietzschiani – ovviamente fraintesi – e in maniera altrettanto ovvia il fraintendimento è volontario, perché permette a LVT di condannare il protagonista nel finale flamboyant. Ecco che allora l’inferno non è sottoterra, l’inferno non sono nemmeno gli altri (come voleva Sartre), l’inferno siamo noi stessi, incapaci di sfuggire ai nostri demoni. L’origine del male non è quindi soprannaturale, universale, trascendentale o trascendente, ma sempre e soltanto umana, troppo umana: brama, colpa, una vessante dipendenza – da una persona, dalle droghe, dalle illusioni, dalla rabbia. La componente autobiografica è, ça va sans dire, pregnante.

Ma stavolta i demoni stilistici e tematici del regista si integrano in maniera funzionale, non si palesano frivoli sfoggi di erudizione (come in “Nymphomaniac”), né stucchevoli eccessi melodrammatici (come in “Le onde del destino”, “Dancer in the Dark”). E quanto rinfresca la pioggia di ironia, da parte di un regista che spesso si è preso troppo sul serio. Mr. Sophistication svolge in fondo un ruolo non troppo dissimile dall’omonimo personaggio di “L’assassinio di un allibratore cinese”: imbonitore di un circo metropolitano che mette in scena una violenza pornografica e granguignolesca. Un’opera che si compiace di esibirsi, esuberante e sfacciata come una prostituta che si spoglia all’Hotel Schatz di Halberstadt mentre la radiolina strimpella “Fame” di David Bowie.

★★★★☆

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Una catabasi pacchiana e compiaciuta, che si conclude con le note di Ray Charles.

Cocaine – La vera storia di White Boy Rick – Y. Demange, 2019

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Soggetto promettente e risultato incolore, malgrado l’ottima prova di McConaughey.

Detroit, 80s. Imperversa l’epidemia del crack e l’FBI ha bisogno di infiltrati per smantellare la cupola della droga, estesa in maniera capillare su tutto il territorio. Disgregazione del contesto familiare e amicizie sbagliate fanno di Rick “White Boy” Wershe Jr, a soli quattordici anni, il profilo giusto: i federali lo introducono nel giro, lo sfruttano e poi lo mollano. Che farà da grande? Dopo il discreto “’71”, thriller storico sul conflitto irlandese, Yann Demange esordisce a Hollywood con la biografia criminale di una figura inedita e popolare dell’attualità recente, chiedendosi se ci sia giustizia senza legge e, soprattutto, legge senza giustizia.

★★☆☆☆

La recensione completa su Ondacinema.

We the Animals – J. Zagar, 2018

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Onirismi e ambientazioni edeniche che richiamano un Malick d’antan.

L’opera prima (narrativa) di Jeremiah Zagar, tratta dall’omonimo romanzo autobiografico di Justin Torres, è un lirico coming-of-age paragonato a “Moonlight” e “Un sogno chiamato Florida” per il tocco soave con cui affronta i temi dell’identità, della scoperta della sessualità, del degrado urbano e familiare. In realtà, rispetto al film di Baker l’intenzione è meno analitica e più marcatamente inclusiva, a cominciare dal titolo. La stessa regia ispira un coinvolgimento osmotico con i personaggi tramite una camera ad altezza di bambino, perennemente contigua, financo invadente, sorretta a mano, e che dalle mani dei personaggi si lascia addirittura toccare, sballottare.

★★★☆☆

Recensione completa su Ondacinema.

The Mule – C. Eastwood, 2019

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Intramontabile.

Un orticoltore ultra-ottantenne al verde arrotonda con un part-time offerto dal cartello messicano. La famiglia non ne sa nulla, ma lo odia comunque. Lieto fine: vitto e alloggio li pagherà lo stato.

Sotto la lente di Clint, la difficoltà di integrarsi nelle dinamiche sociali e persino in quelle domestiche. Film che assomiglia a un osso: scarno, diritto, essenziale, leggero, e poco appetitoso.

★★☆☆☆

Il gioco delle coppie – O. Assayas, 2019

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Poche gag e molti dialoghi.

Un editore di successo, una nota attrice, uno scrittore complessato, una social media manager idealista e una giovane imprenditrice digitale. Cinque ruoli, tre diverse fasce di età, in un intreccio di discussioni e tradimenti che rappresenta principalmente per mezzo di dialoghi, come in un ricco simposio, uno spaccato qualunque della società contemporanea, che cerca il riflesso della propria bellezza nel nitore di uno schermo digitale.

In questo mito di Narciso 2.0 pare tuttavia che a specchiarsi sia soprattutto il regista. Le riflessioni – puntuali e interessanti – non trovano compiuta integrazione in un tessuto narrativo disinvolto che baratta l’azione con un erudito esibizionismo: l’abbondanza di temi, problematiche, di citazioni cinefile e librarie sprofonda il racconto in un pantano di parole. Più simile a un talk show che a una commedia, elogiato da più parti, “Doubles vies” non regge il peso delle sue ambizioni smisurate. Secondo me.

★★☆☆☆

La favorita – Y. Lanthimos, 2018

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Uno dei frequenti fisheye: Abigail spinge la regina.

In questa cinica commedia in costume, ambientata presso la corte di Anna Stuart (1707-1714), Lanthimos esplora con sguardo sardonico il rapporto taciuto tra potere e lussuria, mettendo a nudo le pulsioni istintuali che dirigono e determinano sottotraccia la lotta per il potere. Vi ritornano in serie le ossessioni privilegiate del regista greco – la danza, le similitudini con il regno animale, la sessualità impersonale e straniante -, trapiantate in un clima boccaccesco che pone in aperto e vivace contrasto le intenzioni dei personaggi con le rispettive maschere sociali.

L’estetica manierista serve lo scopo tramite maestosi grandangoli, ralenti capricciosi, e soprattutto i frequenti fisheye, che manifestano la distorsione del microcosmo cortigiano verso un centro gravitazionale invisibile ma ubiquo. La tipica ironia di Lanthimos colora il racconto di simboliche insolenze: prolifici conigli nel boudoir della regina, ministri litigiosi che scommettono su oche da corsa, mentre le due favorite esprimono la propria rapacità nell’esercizio di una sfida venatoria.

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Come in “Barry Lindon”, visitiamo un microcosmo di stampo epico, i cui equilibri si assegnano in base a duelli: lady Masham e lady Marlborough, Harley e Godolphin… Teatro della battaglia non è però la campagna inglese, quanto piuttosto il palazzo e le sue private stanze.

Per quanto gradevole, il gioco si sgonfia presto avvitandosi meccanicamente su un intreccio annunciato, soprattutto a causa della caratterizzazione troppo esplicita delle due favorite: una doveva apparire crudele e rivelarsi innamorata, l’altra l’opposto, ma la Stone è dal principio facilmente individuabile come manipolatrice, e ogni coinvolgimento empatico è scongiurato dalla semplicità con cui si individua il disegno soggiacente. L’impressione è che Lanthimos, così abituato ad abusare del testo narrativo per giocare con la meta-testualità, abbia peccato in questa occasione di didascalismo; troppo tell e poco show, insomma.

E per quanto riguarda la parte del tell, sono più artificiosi che divertenti i dialoghi sboccacciati, esibiti con troppa disinvoltura e troppa sciatta velleità per risultare mordenti come lo erano nel film che “La favorita” prende come modello per rappresentare il contrasto fra un Settecento aristocratico e le pulsioni animalesche che lo governano sottotraccia, ovvero il “Draughtsman’s Contract” di Greenaway (là, tardo Seicento).

“La favorita” non è il mio favorito tra i film di Lanthimos, ma è forse una normale tappa di assestamento nel percorso di un regista che sta cercando una graduale apertura della propria poetica a un pubblico più ampio.

★★★☆☆

Di Lanthimos, recensiti anche:

“Kynodontas”

“Alps”

“The Lobster”

“Il sacrificio del cervo sacro”