Tre Assiomi del buon Cinema Horror

Ho sempre considerato il genere Horror come uno dei più affascinanti, e tuttavia fra i più difficili da coniugare artisticamente. Costretto per definizione a coinvolgere emotivamente il pubblico suscitando disgusto, orrore o meraviglia (preferibilmente tutti e tre insieme), l’Horror è costantemente in bilico fra il rischio di tracimare nel banale, o peggio, nel ridicolo, e l’incapacità di valicare la soglia del coinvolgimento emotivo. Elenco dunque tre caratteristiche, condizioni talvolta necessarie e spesso sufficienti, che non di rado determinano in positivo la qualità di un horror.

  1. Prolungamento della Tensione Narrativa
Finestra_che_ride.jpg

La casa dalle finestre che ridono – P.Avati, 1986

Gran parte dei film horror abbinano un primo tempo ritmato e martellante a un secondo tempo fiacco e prevedibile. Ad esempio Halloween (1978) o Nightmare on Elm Street (1984), o per citare un esempio più recente, Babadook (2014). A una prima fase, in cui vengono presentati una serie di eventi inquietanti e inspiegabili, viene data un’interpretazione, a beneficio sia dei personaggi sia dello spettatore; la seconda fase, che segue tale spiegazione o chiave dell’enigma, quasi sempre prevede uno scontro aperto fra i personaggi e i poteri che li minacciano. Ed è proprio in questa fase che la struttura narrativa del film, volgendosi da un’atmosfera inquietante ed elusiva a un più puro cinema d’azione (venato di splatter) collassa.

Un buon horror rimanda lo scioglimento della suspence, e mantiene invece un clima di impenetrabile tensione per liberare soltanto nel finale, in maniera subitanea e improvvisa, le soluzioni degli enigmi che si erano accumulati lungo il percorso. Esempi di questo modello potrebbero essere Psycho (1960), Rosemary’s Baby (1968), La casa dalle finestre che ridono (1986), ma anche il vetusto Cabinet of Dr. Caligari (1920).

2. Ambientazione Claustrofobica

thing-1982-03-g.jpg

La Cosa – J.Carpenter, 1982

Un ottimo espediente, non solo per suscitare un senso d’angoscia nello spettatore, ma anche per giustificare la costrizione di un gruppo sociale in un rigido schema narrativo che spesso prevede una serie di eliminazioni singole e raccapriccianti e che potrebbe altrimenti risultare triviale e ingiustificato, o semplicemente piatto, come nei vari sequels di Nightmare Halloween, o in I know what you did last summer (1997), o in The Conjuring (2013). Chiunque infatti, davanti a un horror, potrebbe chiedersi: perché il protagonista, o chi per lui/lei, non lascia immediatamente quel luogo/cimitero/casa infestata invece di indugiarvi malgrado gli evidenti pericoli?

Semplice: perché non può. Questo è il caso di La notte dei morti viventi (1968) ambientato in una casa da cui i personaggi non possono uscire, Alien (1979) ambientato in una nave spaziale, The Thing (1982) ambientato al Polo Sud.

3. Plausibilità

repulsion-1.jpg

Repulsion – R.Polanski, 1965

Ebbene, sì. Che bisogno c’è di plausibilità in un film horror, che per sua stessa costituzione indaga il soprannaturale? E invece, riprendendo una distinzione cara a Todorov (1970), quella fra “fantastico” e “meraviglioso”, un medesimo elemento (ad esempio uno spettro) può (anzi, deve) essere terrificante in un Horror, mentre non terrorizza nessuno invece in un Fantasy. Lo stesso si dica per una strega, un troll, una creatura demoniaca o quant’altro.

Questo accade perché l’elemento fantastico (trasfigurazione del merveilleux di Todorov) nel genere Fantasy è una regola, mentre nell’Horror è un’eccezione vissuta con angoscia e terrore. Per questo motivo l’Horror deve tendere al soprannaturale ed al fantastico senza dimorarvi troppo a lungo. E per la stessa ragione le “viscide e ripugnanti creature” del Seme della Follia (1994) non sono credibili e spaventose quanto gli aggraziati gesti della bella Carole in Repulsion (1965), un horror memorabile seppur non tenda mai al merveilleux e rimanga invece ancorato allo spazio, rigorosamente naturale, dell’étrange, ovvero l’insolito, il raro, l’implausibile.

Corpi e Ultracorpi: identità e alterità in due film di fantascienza

Invasion-Body-Snatchers-Jeff-Goldblum

Reduce dalla visione di un classico del cinema Sci-Fi, The Invasion of the Body Snatchers del 1978 (in Italiano noto col titolo Terrore dallo spazio profondo), con Donald Sutherland, Brooke Adams, Jeff Goldblum e Leonard Nimoy (il leggendario Spock), mi sono ritrovato a riflettere su alcuni temi presenti nel film e, più in generale, ricorrenti nel genere fantascientifico.

Innanzitutto la figura dell’alieno, dal latino alienus, implica un’idea di irriducibile e inconciliabile estraneità, alterità e lontananza. Questa figura spesso rappresenta la personificazione dell’umano terrore per l’ignoto. In IBS, come in molti altri film appartenenti al genere, l’alieno è una forma di vita intelligente, capace di dialogo e raziocinio, che tuttavia preferisce utilizzare queste caratteristiche per condurre un’aggressione spietata nei confronti del genere umano.

Nel suddetto film i “Body Snatchers” (Ultracorpi), caduti sulla terra sotto forma di spore, evolvono in fiori e baccelli prima di aggredire gli esseri umani durante il sonno. Senza accorgersi di nulla, le vittime vengono avvolte da radici che lentamente li prosciugano, mentre il baccello partorisce un clone identico alla persona aggredita, di cui conserva memoria, ricordi e intatte capacità psicofisiche. Insomma, i cloni in questione sono repliche praticamente perfette delle vittime, eccezion fatta per i sentimenti. Gli alieni si ritengono infatti superiori agli umani per la loro assenza di turbamenti emotivi e psicologici.

Invasion_body78_Review_Images_V05

Brooke Adams: “Non c’è niente da temere. È tutto come prima. È bello”.

Trovo che questa immagine abbia in sè qualcosa di estremamente seduttivo. Fiori esotici allo stadio larvale, gli alieni prendono poi gli esseri umani nel loro momento di maggiore debolezza, durante il sonno, insinuandosi dolcemente nella coscienza. E i cloni, liberati da ogni residuo attaccamento emotivo, vivono in uno stato di quiete perpetua, alla maniera del saggio epicureo, o stoico, o di certi bonzi nei monasteri buddhisti. L’alieno è qui la rappresentazione di una condizione disumana dell’umano, il “non-più-io”, l’ipostasi di un totale distacco dall’ego-sofia propugnata dal radicale razionalismo cartesiano. Evoca uno stato di natura privo di turbamenti e desideri, calmo e terso come uno specchio d’acqua montana.

SolarisIl genere fantascientifico è interessante perchè la vocazione action cela talvolta una profonda introspezione. Un altro genere di altro è studiato ad esempio nel capolavoro Solaris (A. Tarkovskij, 1972), uno Sci-Fi profondamente introspettivo. Qui l’alieno è un aggregato di composti chimici che solo l’atmosfera particolare del pianeta Solaris può stabilizzare; ma la cosa interessante è che l’alieno è il risultato di un’interazione fra tale atmosfera e gli impulsi psichici della mente umana, forse allegoria del fatto che la nostra interpretazione del mondo è determinante nella creazione della figura dell’ “alieno”.

Ed è così che lo psicologo Kelvin incontra su Solaris la moglie Hari, morta suicida diversi anni prima. Dapprima convinto della natura illusoria della forma di vita aliena che lui stesso ha contribuito a manifestare, Kelvin si accorge che la “donna” percepisce, ragiona e soffre esattamente come lui; e che anzi, la donna “è” la moglie defunta, da lui stesso materializzata.

L’incontro lo costringerà a riconsiderare in profondità il suo concetto di realtà, spingendolo quasi alla follia. Forse invitandoci a riflettere sulla possibilità che sia la nostra mente ad illudersi ogni volta che distingue fra realtà ed illusione, poiché l’unica realtà è determinabile in base ai sensi, in base al “qui” e all’ “ora”, e mutando i paradigmi fondamentali della nostra presenza sulla Terra potrebbero mutare i paradigmi fondamentali della nostra mente.

Possibile dunque che, come quando viaggiando dall’altra parte del mondo scopriamo l’assoluta relatività di valori, abitudini, sapori e paesaggi, così viaggiando dall’altra parte dell’universo potremmo scoprire l’assoluta relatività di ciò che oggi appare semplicemente assoluto. Come la morte.

Ne è un esempio lampante la scena sensuale e raccapricciante della resurrezione di Hari, una scena cruda quanto un omicidio, mistica quanto un’apparizione.

solaris-natalya-bondarchuk

Tre film sul Gioco d’Azzardo

Il gioco d’azzardo è un argomento delicato, quasi un tabù nella letteratura e nelle arti. Fra i pochi testi in cui il gioco d’azzardo è argomento capitale, “Il gioco d’azzardo” di Bernardino Cicala, filosofo dei Lumi, svariati testi di Landolfi e ovviamente “Il giocatore” di Dostoevskij. Parzialmente il gioco d’azzardo è considerato anche in “I giochi e gli uomini” di Roger Caillois. Maggiore rilevanza ha nella letteratura di psicologia, anche se vi figura più come patologia che come fenomeno culturale.

Nel cinema sono presenti alcuni ottimi esempi di storie che indagano il rapporto fra uomo e gioco e più in generale il rapporto fra uomini che giocano. Vorrei suggerirne tre in particolare.

Cincinnati kid – Norman Jewison, 1965

the-cincinnati-kid-16

Un ottimo film sul poker, la variante considerata è lo Stud, meglio conosciuto come Telesina a mazzo intero. Il giovane “kid” di Cincinnati (Steve McQueen) sfida il vecchio volpone Lancey Howard (il mitico Edward Robinson) per il titolo platonico di Campione. Un film non soltanto sul gioco, ma sulle ambizioni giovanili, sul rapporto fra fortuna e abilità, sulla fragilità del successo, sulle occasioni perdute che non torneranno. Un po’ ingenuo in alcuni punti, ma comunque valido.

Lo Spaccone – Robert Rossen, 1961

Picture-36

Il re dei film sul gioco d’azzardo. Un arrembante Paul Newman scala la piramide della fama giocando al biliardo, affiancato da un mentore senza scrupoli interpretato da George Scott. Nella vita di un giocatore non c’è però spazio per due amori: Newman dovrà scegliere fra il biliardo e la bella e problematica Sarah (Piper Laurie). Sarà la vita a scegliere per lui. Bello e tragico. Proprio come il gioco d’azzardo.

Regalo di Natale – Pupi Avati, 1986

fff

Se il vostro gioco è il poker non c’è film migliore di questo nel panorama mondiale. Il più realistico, il più poetico, anche il più crudele. Quattro amici si riuniscono la Vigilia di Natale per spennare un ricco industriale con la passione per le donne, l’avvocato Sant’Elia. Il tavolo maschera antichi rancori e finte amicizie, ne consolida altre, fino a quando un crudo epilogo, uno e trino, spezza ogni residuo di lealtà in personaggi mossi da ambizioni venali. Il più idealista è, malgrado tutto, proprio l’avvocato. Tutti ottimi interpreti, straordinaria la prova di Carlo Delle Piane che gli valse la Coppa Volpi. Forse la miglior pellicola in assoluto di Avati. E meno male che è solo un gioco.