Provaci ancora, Sam – H.Ross, 1972

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Provaci ancora, Sam è uno dei più divertenti film di Woody Allen. Malgrado la regia sia firmata Herbert Ross, la pellicola è infatti tratta da un omonimo spettacolo teatrale del commediografo newyorkese.

Come spesso accade quando si tratta di Woody Allen, il film è un parodico omaggio a un celebrato classico della cinematografia (si pensi a Stardust → , oppure a Deconstructing Harry → Il posto delle fragole). In questo caso, Casablanca.

Il protagonista Allan Felix (Woody Allen) è un critico cinematografico che idolizza il personaggio di Rick, interpretato da Humphrey Bogart. Classico personaggio alleniano, è nevrotico, erotomane e sociopatico. Appena uscito da un divorzio burrascoso, viene spinto dall’amica Linda (Diane Keaton), moglie del migliore amico Dick (Tony Roberts), a tentare esuberanti e catastrofici approcci con svariate donne seguendo svariati metodi. Sentimento ci cova.

Si tratta del primo incontro cinematografico Allen-Keaton, principio di un celebrato e sfavillante sodalizio che regalerà perla dopo perla. Questa è la prima della collana.

★★★☆☆

Io ed Annie – W.Allen, 1977

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Il comico Alvy Singer (Woody Allen) racconta la sua relazione con Annie Hall (Diane Keaton). Riflettendo su psicanalisi, depressione e sessualità, tenterà una summa paradigmatica delle relazioni sentimentali fra uomo e donna.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Considerato uno dei migliori film di Woody Allen, Annie Hall rivela un Allen tremendamente autentico fra irresistibili monologhi, lampanti insicurezze e illuminanti colpi di genio. Il film è supportato dalla strepitosa simbiosi artistica fra Allen e Diane Keaton e dalla poesia urbana di una New York variegata e vivace, che il regista coglie, come è solito fare, con grande abilità scenografica.

Di certezze ve ne sono poche, il maggior merito del film è infatti sollevare dubbi sulle convenzioni sociali, culturali e i condizionamenti psicologici che regolano i rapporti di coppia, ritraendo l’uomo moderno in bilico fra carenze affettive, inossidabili nevrosi e desiderio di affermazione professionale. Posseduto dallo spirito di un nichilismo farsesco, il film spodesta l’amore dal regno dell’eternità, lo colloca nella cinica immanenza del XX secolo e lo incarna in un fiore, destinato a sbocciare ma anche, inevitabilmente, a sfiorire.

Importante anche la cifra stilistica, composta da inquadrature generalmente più lunghe della media e da alcune scelte bizzarre ma azzeccate, come ad esempio la frequente (ed esilarante) rottura della quarta parete, che amplifica il coinvolgimento del pubblico.

★★★★☆