Corpi e Ultracorpi: identità e alterità in due film di fantascienza

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Reduce dalla visione di un classico del cinema Sci-Fi, The Invasion of the Body Snatchers del 1978 (in Italiano noto col titolo Terrore dallo spazio profondo), con Donald Sutherland, Brooke Adams, Jeff Goldblum e Leonard Nimoy (il leggendario Spock), mi sono ritrovato a riflettere su alcuni temi presenti nel film e, più in generale, ricorrenti nel genere fantascientifico.

Innanzitutto la figura dell’alieno, dal latino alienus, implica un’idea di irriducibile e inconciliabile estraneità, alterità e lontananza. Questa figura spesso rappresenta la personificazione dell’umano terrore per l’ignoto. In IBS, come in molti altri film appartenenti al genere, l’alieno è una forma di vita intelligente, capace di dialogo e raziocinio, che tuttavia preferisce utilizzare queste caratteristiche per condurre un’aggressione spietata nei confronti del genere umano.

Nel suddetto film i “Body Snatchers” (Ultracorpi), caduti sulla terra sotto forma di spore, evolvono in fiori e baccelli prima di aggredire gli esseri umani durante il sonno. Senza accorgersi di nulla, le vittime vengono avvolte da radici che lentamente li prosciugano, mentre il baccello partorisce un clone identico alla persona aggredita, di cui conserva memoria, ricordi e intatte capacità psicofisiche. Insomma, i cloni in questione sono repliche praticamente perfette delle vittime, eccezion fatta per i sentimenti. Gli alieni si ritengono infatti superiori agli umani per la loro assenza di turbamenti emotivi e psicologici.

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Brooke Adams: “Non c’è niente da temere. È tutto come prima. È bello”.

Trovo che questa immagine abbia in sè qualcosa di estremamente seduttivo. Fiori esotici allo stadio larvale, gli alieni prendono poi gli esseri umani nel loro momento di maggiore debolezza, durante il sonno, insinuandosi dolcemente nella coscienza. E i cloni, liberati da ogni residuo attaccamento emotivo, vivono in uno stato di quiete perpetua, alla maniera del saggio epicureo, o stoico, o di certi bonzi nei monasteri buddhisti. L’alieno è qui la rappresentazione di una condizione disumana dell’umano, il “non-più-io”, l’ipostasi di un totale distacco dall’ego-sofia propugnata dal radicale razionalismo cartesiano. Evoca uno stato di natura privo di turbamenti e desideri, calmo e terso come uno specchio d’acqua montana.

SolarisIl genere fantascientifico è interessante perchè la vocazione action cela talvolta una profonda introspezione. Un altro genere di altro è studiato ad esempio nel capolavoro Solaris (A. Tarkovskij, 1972), uno Sci-Fi profondamente introspettivo. Qui l’alieno è un aggregato di composti chimici che solo l’atmosfera particolare del pianeta Solaris può stabilizzare; ma la cosa interessante è che l’alieno è il risultato di un’interazione fra tale atmosfera e gli impulsi psichici della mente umana, forse allegoria del fatto che la nostra interpretazione del mondo è determinante nella creazione della figura dell’ “alieno”.

Ed è così che lo psicologo Kelvin incontra su Solaris la moglie Hari, morta suicida diversi anni prima. Dapprima convinto della natura illusoria della forma di vita aliena che lui stesso ha contribuito a manifestare, Kelvin si accorge che la “donna” percepisce, ragiona e soffre esattamente come lui; e che anzi, la donna “è” la moglie defunta, da lui stesso materializzata.

L’incontro lo costringerà a riconsiderare in profondità il suo concetto di realtà, spingendolo quasi alla follia. Forse invitandoci a riflettere sulla possibilità che sia la nostra mente ad illudersi ogni volta che distingue fra realtà ed illusione, poiché l’unica realtà è determinabile in base ai sensi, in base al “qui” e all’ “ora”, e mutando i paradigmi fondamentali della nostra presenza sulla Terra potrebbero mutare i paradigmi fondamentali della nostra mente.

Possibile dunque che, come quando viaggiando dall’altra parte del mondo scopriamo l’assoluta relatività di valori, abitudini, sapori e paesaggi, così viaggiando dall’altra parte dell’universo potremmo scoprire l’assoluta relatività di ciò che oggi appare semplicemente assoluto. Come la morte.

Ne è un esempio lampante la scena sensuale e raccapricciante della resurrezione di Hari, una scena cruda quanto un omicidio, mistica quanto un’apparizione.

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Interstellar – C.Nolan, 2014

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In un futuro prossimo una sconosciuta malattia vegetale sta progressivamente estinguendo tutti i tipi di coltura. L’umanità è sull’orlo dell’estinzione e la NASA sta elaborando un piano per la salvezza della Terra. Uno dei prescelti è l’ex-pilota Cooper (Matthew McConaughey), vedovo, che gestisce una fattoria con il nonno, il figlio Tom e l’ingegnosa figlia Murphy. Nonostante il grande amore per i figli decide di partire per un viaggio interstellare allo scopo di costruire un futuro migliore per l’intero genere umano.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

A cavallo fra l’avventura e la fantascienza, Interstellar è un blockbuster ben congegnato che in perfetto stile hollywoodiano coniuga spettacolo, azione, pathos e fantasia. In particolare questo film è supportato da una consistente base scientifica grazia alla consulenza di Kip Thorne. Lo straordinario lavoro di fotografia e computer-grafica lo rendono un must per gli amanti del genere e una buona scelta se si vuole trascorrere una serata immersi nell’atmosfera febbrile ed incerta tipica delle grandi esplorazioni.

Al film sono giunte numerose critiche relative alla veridicità della struttura fisica dell’Universo descritta nella pellicola. A tali critiche si può replicare che Interstellar non è una teoria scientifica né un documentario, bensì un film di fantascienza.

Mi sento invece di muovere altre critiche, inerenti non tanto ai contenuti quanto alla forma. In primo luogo il film si distingue per una certa verbosità. Nelle arti in genere, così come nel cinema, l’economia stilistica è sovente un pregio; pregio che Interstellar non ha di certo, poiché sceglie di spiegare dialetticamente l’ignoto invece di rappresentarlo simbolicamente (come fece Kubrick adoperando il celebre monolite). Il risultato è una sequela di dialoghi pleonastici e un film che sembra eccedere, sia temporalmente che dal punto dei vista dei contenuti.

Ma il peggior difetto del film è l’insopportabile megalomania che ricorre nei kolossal hollywoodiani. Un breve riassunto esporrà al meglio quel che intendo.

In breve, l’umanità come al solito è in pericolo. Il protagonista, un contadino, inciampa per caso in un’area segreta della NASA che prepara una missione interstellare per salvare la razza umana. “Guarda un po’, sei proprio il pilota che stavamo cercando! Monta a bordo”. L’improvvisato pilota diventerà un eroe tanto celebre da meritarsi un museo sulla luna (sic!).

Non pago di tanta gloria, ancora giovane e aitante dopo aver scandagliato e superato le galassie, respirato azoto, attraversato buchi neri, wormholes e pianeti ostili ed essere sopravvissuto a crash tests in astronave, se ne va a ripopolare un altro pianeta con la compagna di mille avventure, sopravvissuta anche lei a tutto quanto, trasformandosi in un nuovo Adamo che con una nuova Eva darà presumibilmente vita a una nuova razza umana su una nuova Terra.

Impresa che riesce perchè lui e la figlia erano i “prescelti” dai misteriosi e fantomatici Elohim, gli dei dell’Universo, che aiutano l’umanità ma non si sa perchè, e il buco nero da loro creato genera un corridoio dimensionale che collega un punto a caso nello spazio profondo delle vastità siderali alla cameretta della figlia adolescente.

Non è un po’ troppo?

Interstellar, perdonate il gioco di parole, è distante anni luce dal buon cinema di fantascienza. Classica spacconata in stile USA, imbottita di effetti speciali e pseudosofia, carente di contenuti anche solo vagamente penetranti. Qui troviamo splendide perle di saggezza come: “L’amore va al di là dello spazio e del tempo, è un linguaggio universale”; e “l’egoismo porta alla fine della specie, la cooperazione alla sopravvivenza”. Conclusioni un po’ banali per un film che si annunciava come un tentativo ambizioso di fondere Hollywood e il cinema d’autore.

Ciò che invece è presente è il paradigma, tipicamente americano (si veda R.W. Emerson, 1841), della self-reliance, l’indistruttibile fiducia nella capacità di farcela, oltre ogni ostacolo ed ogni difficoltà. “Perché anche se è impossibile, è necessario” (dialogo involontariamente comico tra Cooper e Brand, di sapore chucknorrisiano).

Insomma, l’umanità supererà ogni intralcio, ogni apocalissi, spuntando dal fuoco distruttore come un clown circense emerge da un anello infuocato, ancora più lindo, fiducioso ed esibizionista di prima. Se si accetta l’inguaribile ottimismo made in USA e il loro entusiastico amore per l’avventura e il rischio, si può apprezzare tranquillamente anche un blockbuster che, come in questo caso, è piuttosto gradasso e manca completamente di (auto)ironia.

L’Odissea del viaggio cosmico si riduce infine in questo caso al microcosmo affettivo di un rapporto umano (virgola, troppo umano) fra padre e figlia, svelando dunque che il film vibra sulle corde del patetismo familiare più che su quelle, come molti hanno supposto, dell’indagine esistenziale.

Per quest’ultima ci vuole complessità, profondità e lentezza, doti che Nolan non possiede o non sa esprimere nei suoi film. Resta un ottimo rifinitore, un eccezionale narratore di storie d’avventura, e forse l’ideale erede di Spielberg.

Il fascino residuo di Interstellar dimora nella bellezza trascinante del viaggio verso l’ignoto, nel coraggio di raccontare ciò che si vede oltre l’invisibile, là dove il viaggio rapisce e ammalia il viaggiatore. Si potrebbe dunque accostare Nolan e la sua fantascienza a Marco Polo, R. Stevenson, E. Salgari per la brillante inventiva e il ritmo avvincente. Ma se si cerca lo spessore (citato a sproposito) di altri autori, bisogna  rivolgersi ad altri registi.

★☆☆☆☆