La pianista – M.Haneke, 2001

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La quarantenne Erika Kohut (Isabelle Huppert) insegna pianoforte a Vienna e vive ancora con la madre. I suoi unici passatempi sono le serate musicali nelle case dell’alta borghesia viennese e le perversioni sessuali a cui dà sfogo saltuariamente, che includono voyeurismo e sadomasochismo. Un suo alunno decide di sedurla.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Haneke si conferma un regista analitico, che utilizza la telecamera come un microscopio diretto sulle invisibili violenze che popolano, come virus, la società contemporanea. L’ambientazione viennese ben raffigura una società gelida e opprimente, le cui convenzioni sociali rigide nutrono il sadismo e la sociopatia.

Il soggetto è interessante, l’interpretazione della Huppert notevole, eppure permane la sensazione di aver assistito a una messinscena artificiosa, costruita appositamente per scioccare. La regia compita si abbandona nel finale a una conclusione un po’ troppo barocca. Colonna sonora forbita (Beethoven, Schubert) ma non troppo ricercata.

★★☆☆☆

Amour – M.Haneke, 2012

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Georges (Jean-Louis Trintignant) ed Anne (Emmanuelle Riva) sono una coppia di ottuagenari insegnanti di musica. Il dramma improvviso di un ictus che colpisce Anne sconvolgerà le loro vite.

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

Haneke indaga la solitudine desolante della terza età con un dramma algido, dai ritmi compassati. I personaggi si muovono lentamente in spazi silenziosi, dominati da colori freddi e spenti e da geometrie inflessibili. Il minimalismo visivo è una dichiarazione di essenzialità: rifiutando ogni patetismo Haneke proclama l’impossibilità per lo spettatore (così come per la figlia di Georges) di capire il dramma, di viverlo. Nasce e si sviluppa come una storia irriducibilmente privata.

Tuttavia ci invita, se non al coinvolgimento, alla comprensione e al rispetto delle scelte etiche. Anche e soprattutto quando l’etica è quella della violenza, ritratta due volte nel film: la prima, la violenza ingiustificata e crudele della giovane badante; la seconda, l’eutanasia improvvisa e scioccante.

Haneke ci chiede se e quando un atto di violenza possa configurarsi come un atto d’amore, proseguendo così la sua ricerca filosofica sulla violenza con un episodio sulla terza età, dopo aver trattato l’infanzia (Il nastro bianco), la sessualità (La pianista) e il nucleo familiare (Funny games).

Dunque un film dal respiro lento, composto da volti che si sostituiscono alle parole, gesti insignificanti che si dilatano in tempi vuoti, emozioni inespresse che si rivelano in cenni quotidiani. Una provocazione etica distillata attraverso il dolore sordo e impenetrabile di un’età dove il deperimento è fatalmente proporzionale all’emarginazione.

★★★★☆