5 grandi Western

5° Ombre Rosse – J.Ford, 1939

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Un viaggio nel West cinematografico non può che iniziare da Stagecoach (titolo inglese), archetipico capostipite che prefigura alcuni elementi ricorrenti dell’età classica del genere: il pistolero solitario (J. Wayne), eroe/anti-eroe; l’opposizione bianchi/nativi, l’assalto alla diligenza, la stereotipica assegnazione dei ruoli (prostituta, sceriffo, banchiere…). Non è invecchiato bene, ma rimane imprescindibile.

4° Il grande Silenzio – S.Corbucci, 1968

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In uno sfondo aspro, idealmente Utah o Nevada ma in realtà dolomitico, si intrecciano le storie di vari personaggi: il pistolero muto Silenzio (Jean-Louis Trintignant), difensore degli oppressi il cui soprannome è dovuto non solo al silenzio che porta con sé, ma soprattutto a quello che lascia dietro di sé; lo spietato bounty killer Tigrero (un meraviglioso Klaus Kinski), assassino senza scrupoli che divide i soldi delle taglie con il losco banchiere Podik (Luigi Pistilli); infine lo sceriffo Corbett (Frank Wolff), abile braccio armato della legge, che tenta disperatamente di riportare un barlume d’ordine (e di umanità) in una selvaggia zona di frontiera.

Questo western cupo, caduto in un ingiusto oblio, è senz’altro il migliore di Corbucci e uno dei migliori in assoluto nel panorama degli spaghetti-western. La sua originalità anticipa i più celebri esempi di “western bianco”, dovuti a Peckinpah e Altman (Corvo Rosso e I Compari), e non sfigura affatto nel confronto.

3° Sentieri Selvaggi – J.Ford, 1956

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Malgrado la sceneggiatura sia rosa da numerosi squilibri, buchi e incongruenze, si tratta di uno dei Western più  complessi e influenti della storia del cinema, pervaso da molteplici temi e altrettante sfumature narrative e psicologiche. Tratto dalla storia vera di una ragazza americana rapita e poi allevata dai nativi, non può non annoverare la scabrosa questione del genocidio indiano fra gli argomenti principali; e di rimando, la dialettica irrisolta fra civiltà e stato di natura, fra sedentarietà e nomadismo, convivenza sociale e violenza ferina; dulcis in fundo, tacite e sopite trame di sessualità e desiderio fra congiunti.

In particolare, il precario equilibrio fra mondo civile e selvaggio West è rappresentato dalla porta, simbolo ricorrente (come nel fotogramma soprastante) di una fondamentale permeabilità dei due mondi, che implica dunque una costante esposizione al rischio, alla brutalità, alla morte. Forse la migliore interpretazione di John Wayne.

Il mucchio selvaggio – S.Peckinpah, 1969

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Western dai toni crepuscolari che, un anno dopo il capolavoro leoniano C’era una volta il West, annuncia la fine dell’epopea romantica dei fuorilegge col grilletto facile, scalzati da una rivoluzione industriale (rappresentata dall’automobile, simbolo ricorrente nei Western di Peckinpah) che segnerà il declino di un’epoca sanguinosa, ma anche il tramonto di un tacito codice cavalleresco e l’affermazione definitiva del capitale come unica religione del XX secolo. La trama si sviluppa attraverso molteplici incroci e sovrapposizioni di vendette per concludere infine in un climax di rabbia e violenza.

C’era una volta il West – S.Leone, 1968

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Film che non ha bisogno di presentazioni. Uno dei western, e dei film, più belli di sempre, a mio parere il migliore di Sergio Leone. Il misterioso Armonica (Charles Bronson) sfida apertamente il bieco Frank (Henry Fonda), sicario al soldo di Morton (Gabriele Ferzetti) che vorrebbe la terra della vedova Jill (Claudia Cardinale), di cui s’innamora il bandito Cheyenne (Jason Robards). Solamente verso la fine si scoprirà il motivo che spinge Armonica a sfidare Frank, un legame profondo scavato dalla violenza.