Revenant – A.Iñárritu, 2015

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Revenant è tratto dalla storia del cacciatore di pelli Hugh Glass, abbandonato alla macchia dai compagni dopo essere stato ridotto in fin di vita da un orso. In questa versione cinematografica la parte di Glass è interpretata da Leonardo DiCaprio, con l’aggiunta di elementi biografici romanzati.

“Revenant” indica una persona che ritorna, e certamente la traduzione italiana “redivivo” non esaurisce la semantica del termine, che richiama piuttosto palesemente a “revenge”, vendetta. Questo film si inserisce infatti (ammesso che si possa parlare di un filone) accanto ai grandi classici della vendetta cinematografica, come ad esempio C’era una volta il West, I duellanti, Corvo Rosso, Old Boy… Non a caso proprio il regista di quest’ultimo, Park Chan-wook, aveva inizialmente preso in mano il soggetto.

Soggetto che poi è passato a Iñárritu, un audace virtuoso della macchina da presa, che ha insistito per girare all’aperto e utilizzare le luci naturali di Canada, Stati Uniti e Argentina, filmando spettacolari panorami montani in toni algidi brillantemente accompagnati dalla colonna sonora minimalista di R.Sakamoto (e A.Noto).

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La scelta, apparsa alla troupe di un radicalismo talvolta estremo, ha condotto alla creazione di scene ardite e spettacolari, definite da DiCaprio medesimo come fra le più difficili mai girate nella sua carriera.

Ottima la sua interpretazione, se non altro per sacrificio e abnegazione, e altrettanto fenomenale Tom Hardy nella parte dell’antagonista, il mezzo-scalpato John Fitzgerald.The-Revenant-2-200x300.jpg

Malgrado il tema della vendetta sia centrale in quest’opera, come per molte altre del genere western, Revenant sembra voler sfuggire alla limitata logica duale del rapporto antagonista-vendicatore, poiché aspira (per ammissione stessa del regista) a rappresentare dinamicamente la complessità del reale. E dunque spazio ai fattori esterni, ascrivibili alla sorte, che irrimediabilmente condizionano l’intero sviluppo diegetico, però costituendone di fatto la necessaria cornice contestuale che funge da sorgente narrativa: i Pawnee, gli Arikara, il clima avverso, i Francesi, gli Inglesi, le canaglie, gli orsi, i vagabondi e i deliri onirico-allucinatori costruiti con estro poetico.

Revenant è un film vorticoso, ipnotico, che avvince e stupisce, e come preannuncia il titolo promette di ritornare, a visione conclusa, dettaglio dopo dettaglio, immagine dopo immagine, a infestare la memoria dello spettatore.

★★★☆☆

 

“Birdman” (A. Iñárritu) in tre sequenze; un breve commento. Di RC

Ego

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Lo specchio è un elemento ricorrente nel film, specialmente quando è il protagonista (M. Keaton) a dialogare con altri personaggi. Questa sequenza in particolare, il dialogo con Naomi Watts, presenta un’interessante soluzione estetica: invece di scegliere un normale campo-controcampo, o un piano esteso, il regista inquadra entrambi i personaggi, mettendo N.Watts a destra, e M.Keaton a sinistra ma all’interno dello specchio, per indicare che la comunicazione è filtrata da quell’elemento che riflette qualcosa di autentico dell’ego del personaggio, ma allo stesso tempo rappresenta una barriera che respinge ogni tentativo di contatto. La personalità di Riggan Thomson è dunque nascosta, non solo agli altri, ma anche a lui stesso, da quella particolare superficie che, pur riflettendo fedelmente la nostra immagine, costituisce una sorta di schermo verso ogni indagine che voglia oltrepassare la superficie stessa.

Fama

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In ‘Birdman’ i concetti di fama e amore sono strettamente legati. Come la moglie del protagonista lo redarguisce, lui è solito confondere “fama e ammirazione”. Non pago della celebrità che ha raggiunto interpretando blockbuster scadenti ma di grande popolarità, Riggan Thomson desidera che il destinatario dell’affetto del pubblico sia non più il personaggio da lui interpretato, ovvero Birdman, ma lui stesso, ovvero Thomson. In questa sequenza si percepisce però il dramma dell’artista (o dell’attore) che cerca empatia (e affetto) tramite l’arte, e invece trova fama (e dunque, in un certo senso, un affetto insincero) tramite la mera esibizione di sè, scevra del proprio talento.

Amore

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Come già accennato, amore che spesso è confuso con l’ammirazione, la fama, la celebrità. Non è un caso che il film si apra con una citazione di Carver:

“And did you get what you wanted from this life, even so?

I did.

And what did you want?

To call myself beloved, to feel myself beloved on the earth”.

Il finale ci lascia incerti: l’incidente sul palco è stato forse letale, e gli eventi che si verificano successivamente non sono che le speranze mai realizzate del protagonista, ovvero la riappacificazione con la moglie, con la figlia, l’adorazione del pubblico e il plauso della critica, nonché l’emancipazione dal passato ingombrante di celebrità incapace di qualsiasi profondità artistica.

Oppure, se siamo meno pessimisti, possiamo pensare che tali eventi si siano effettivamente verificati. E che la scena finale in cui la figlia, aperta la finestra, alza gli occhi al cielo e vede (presumibilmente) il padre volare, significhi che anche dopo l’incidente il protagonista non rinuncia ai propri sogni, al proprio incommensurabile bisogno d’amore, ma che allo stesso tempo sia divenuto finalmente capace di conciliare le proprie aspirazioni professionali ed artistiche con gli affetti familiari.

Tutto è relativo

A un certo punto del film padre e figlia si ritrovano ancora una volta uno di fronte all’altra, e lei equipara la storia dell’Universo a un rotolo di carta igienica, e la storia del genere umano a un misero quadratino di quel rotolo. Il padre, sovrappensiero, ci si pulisce il viso.

Forse è quello uno dei punti più significativi del film, quando si afferma, narrativamente e visivamente, l’insignificante misura dei drammi e delle speranze del genere umano.

E, per contrasto, la statura immensa che può raggiungere un ego, per cui drammi e speranze che non lo riguardino possono valere tanto poco quanto carta da toeletta.