Ettore Scola – parte 2

Una giornata particolare, 1977

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Antonietta (Sophia Loren), ingenua casalinga romana, resta in casa a sbrigare faccende mentre il marito porta i sei figli alla grande parata fascista. Nella palazzina deserta l’unico individuo rimasto oltre a lei è il dissidente omosessuale Gabriele (Marcello Mastroianni), ex-radiocronista.

La storia di un amore impossibile è parallela al ritratto allegorico dell’Italia fascista, ove la sistematica oppressione delle minoranze spingeva gli intellettuali al confino, e le donne all’asservimento. Interpretazione mostruosa e riconoscimenti nazionali e internazionali per un film ritenuto (a ragione) fra i più belli mai prodotti dal cinema nostrano.

La terrazza, 1980

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Impietoso affresco corale della ricca borghesia romana, che racconta tutti (politici, dirigenti, artisti, produttori, attori, giornalisti) e non salva nessuno. Nell’insieme un po’ farraginoso, ma contiene ottimi spunti (molti poi ripresi da La grande bellezza di Sorrentino), dialoghi intelligenti e talvolta profetici. Struttura a episodi, fra cui spiccano quelli di Serge Reggiani e JL. Trintignant, meno Tognazzi e Mastroianni, un po’ fiacco quello di Gassman.

Che ora è?, 1989

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Michele (Massimo Troisi), prossimo a terminare il servizio di leva, accoglie  a Civitavecchia il padre facoltoso (Marcello Mastroianni) venuto in visita. Quest’ultimo, dopo anni di assenza a causa del fallimento del primo matrimonio, cerca di riguadagnare la stima del figlio attraverso regali costosi. Un atteggiamento che condurrà soltanto a reciproche incomprensioni e tensioni sepolte, rappresentando a volte ironicamente, a volte drammaticamente, la difficoltà del rapporto padre-figlio.

Ettore Scola – parte 1

Una carrellata cronologica (divisa in due parti) dei sei (6) film più rappresentativi del regista romano. Per chi non li ha visti, sarà un’opportunità per avvicinarsi al cinema di Scola; per chi li conosce, un’occasione per discuterne.

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?, 1968.

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L’avventuroso editore romano Di Salvio (Alberto Sordi), in fuga dallo stress e dalla monotonia borghese, trascina il dipendente Ubaldo Palmarini (Bernard Blier), pavido ragioniere marchigiano, nel cuore dell’Africa per rintracciare il cognato scomparso (Nino Manfredi), che ha lasciato dietro sé una scia di truffe, crimini e donne impazzite. Una delle più genuine e divertenti commedie all’italiana.

Ispirato a una storia di Topolino (R. Scarpa) e al conradiano Heart of Darkness, il ritmo vivace e il tono scanzonato non pregiudicano l’efficacia della pungente critica mossa al colonialismo economico e culturale imposto dall’uomo bianco, e anche alla visione idealista e romantica dell’alterità culturale incarnata da Di Salvio. La coppia Sordi-Blier è eccezionale, indimenticabile poi la fotografia e le tracce di Trovajoli.

C’eravamo tanto amati, 1974.

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Forse il film più celebre di Scola, tanto che il titolo è entrato nel linguaggio comune per indicare l’avvenuta rottura fra amici un tempo inseparabili. Che in fondo è quel che accade a Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e Nicola (Stefano Satta Flores). Dopo aver combattuto come partigiani e condiviso gli ideali comunisti, il primo diviene un borghese altolocato, il secondo resta proletario, il terzo è un intellettuale fallito. A dividere e riunire i tre amici è anche la figura di Luciana (Stefania Sandrelli), lungo un arco di tempo che va dal dopoguerra agli anni ’70.

Ancora una volta un ritratto agrodolce di vizi e virtù della società italiana, che omaggia apertamente De Sica confessando l’evidente debito nei confronti del cinema Neorealista. Amicizia, idealismo politico e il rapporto fra solitudine e ricchezza sono fra i temi principali del film, che tuttavia è forse, sopra ogni cosa, una nostalgica elegia della gioventù e malinconica cognizione delle sue promesse infrante.

Brutti, sporchi e cattivi, 1976.

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Per metà una parodia, per metà un documentario che analizza le baraccopoli disastrate delle periferie romane. Al centro della pellicola la famiglia Mazzatella, e in particolare il personaggio di Giacinto, caratterizzato magistralmente da Nino Manfredi.

Film suggestivo e originale che indugia fra criminalità, povertà, pervertimenti e prostitute, divertendo per mezzo di quella che Moravia definì “un’estetica del brutto”, del ripugnante e dell’innominabile.