Star Wars: L’ascesa di Skywalker – J.J. Abrams, 2019

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Malgrado gli effetti, nessun duello degno di questo nome nella nuova trilogia.

Fin dalle prime scene veniamo informati dell’esistenza di una tremenda flotta interstellare al servizio del redivivo (forse più redimorto) imperatore Palpatine, che offre a Kylo Ren l’antica saggezza dei Sith. La Resistenza lo bracca con una spedizione guidata da Rey, Poe e Finn, seguendo una pista tracciata a suo tempo da Luke Skywalker.

Accompagnati da una colonna sonora invadente e – come da tradizione – sfacciatamente manipolativa, gli eventi si susseguono a un ritmo incalzante subendo rovesciamenti continui. Si moltiplicano però, insieme alle sorprese, le gag forzate, i plotholes, i deus-ex-machina, le incongruenze palesi di una sceneggiatura grossolana. Le azioni dei personaggi non sono davvero significative, né obbediscono a una logica particolare, ma funzionano purché siano eseguite con rapidità e fragore. Una poetica “anything goes” in cui la Forza si trasforma da respiro vitale unificante a lotteria di superpoteri random-wise: taumaturgia, resurrezioni, morti viventi, teletrasporto, telepatia intergalattica e, udite udite, telecinesi contro le astronavi in moto.

Abrams cammina su un filo teso tra reverenza e referenza sopra il materasso del politicamente corretto, celebrando la trilogia classica in una sfilata circense di spettri e camei. Più che sequel si dovrebbe parlare di lapide cinematografica, un’appendice marmorea che consolida l’identità della saga senza estenderne l’afflato vitale.

★★☆☆☆

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