Dunkirk – C.Nolan, 2017

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Il film racconta il celebre episodio bellico dell’evacuazione di Dunkerque (1940) e lo fa attraverso tre segmenti narrativi paralleli che si intersecano. Il primo, ambientato sulla terraferma, dura una settimana. Il secondo, ambientato in mare, dura un giorno. Il terzo, ambientato nei cieli, dura un’ora.

Commento

La sceneggiatura ridotta all’osso (nemmeno 80 pagine) lascia spazio all’azione, che imperversa sullo schermo in una girandola di stupefacenti effetti. Come in La sottile linea rossa (Malick, 1998), la vicenda bellica è ripresa senza adottare alcun punto di vista privilegiato: è un racconto corale, visto con gli occhi di soldati, aviatori, civili, adulti e bambini, raccontato dal cielo, dal mare e da terra.

Tuttavia, la narrazione asfittica genera a fatica, come un suolo arido, personaggi ectoplasmatici, vaghi abbozzi di identità. La scarsa profondità psicologica dei personaggi, unita alla sceneggiatura inconsistente ed all’intreccio narrativo che si muove a balze e singhiozzi, impedisce un genuino coinvolgimento emotivo, che viene invece stimolato attraverso l’uso massiccio di effetti speciali.

Un trucco vecchio e poco funzionale. Infatti, il film si apre come un colpo di tamburo in un teatro al buio; dopo 106 minuti, però, un concerto di colpi di tamburo diventa assordante e monotono. Così accade per questo film, dove basta mezz’ora per andare in overdose da esplosioni, smitragliate e grida.

Saggia, invece, la scelta di non far mai apparire i Tedeschi: in questo modo la minaccia, presente ed invisibile al tempo stesso, dissemina tensione ed angoscia assumendo quasi toni metafisici – perlomeno all’inizio. Uno dei pochi lampi di sagacia in un film che alla lunga perde smalto e ritmo e si accascia in maniera onanistica sull’ottima fotografia ed alcune audaci riprese aeree e marittime.

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Per poi chiudere la pellicola con il classico finale ampolloso e stucchevole, accompagnato dalle note trionfali di una colonna sonora lirica e ridondante, e sottolineare davanti a tutti come sia bello e giusto che i buoni vincano contro i cattivi. Evviva.

Viene da chiedersi se Peter Travers di Rolling Stone, che lo ha definito “miglior film di guerra della storia”, abbia mai sentito parlare di Apocalypse NowIl CacciatoreOrizzonti di GloriaLa Grande GuerraRoma Città ApertaFull Metal JacketIl Ponte sul Fiume KwaiLa Grande IllusioneLa Grande FugaPrima LineaFuryo, eccetera, eccetera, eccetera…

Forse più consapevole il commento di Kevin Maher del Times, che ha paragonato il film al videogioco Call of Duty, affermando “Dunkirk consiste in 106 clamorosi minuti di  pomposità, così assorto nel proprio spettacolo che ha dimenticato di offrire allo spettatore l’elemento più importante – l’intensità drammatica”.

★☆☆☆☆

 

Revenant – A.Iñárritu, 2015

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Revenant è tratto dalla storia del cacciatore di pelli Hugh Glass, abbandonato alla macchia dai compagni dopo essere stato ridotto in fin di vita da un orso. In questa versione cinematografica la parte di Glass è interpretata da Leonardo DiCaprio, con l’aggiunta di elementi biografici romanzati.

“Revenant” indica una persona che ritorna, e certamente la traduzione italiana “redivivo” non esaurisce la semantica del termine, che richiama piuttosto palesemente a “revenge”, vendetta. Questo film si inserisce infatti (ammesso che si possa parlare di un filone) accanto ai grandi classici della vendetta cinematografica, come ad esempio C’era una volta il West, I duellanti, Corvo Rosso, Old Boy… Non a caso proprio il regista di quest’ultimo, Park Chan-wook, aveva inizialmente preso in mano il soggetto.

Soggetto che poi è passato a Iñárritu, un audace virtuoso della macchina da presa, che ha insistito per girare all’aperto e utilizzare le luci naturali di Canada, Stati Uniti e Argentina, filmando spettacolari panorami montani in toni algidi brillantemente accompagnati dalla colonna sonora minimalista di R.Sakamoto (e A.Noto).

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La scelta, apparsa alla troupe di un radicalismo talvolta estremo, ha condotto alla creazione di scene ardite e spettacolari, definite da DiCaprio medesimo come fra le più difficili mai girate nella sua carriera.

Ottima la sua interpretazione, se non altro per sacrificio e abnegazione, e altrettanto fenomenale Tom Hardy nella parte dell’antagonista, il mezzo-scalpato John Fitzgerald.The-Revenant-2-200x300.jpg

Malgrado il tema della vendetta sia centrale in quest’opera, come per molte altre del genere western, Revenant sembra voler sfuggire alla limitata logica duale del rapporto antagonista-vendicatore, poiché aspira (per ammissione stessa del regista) a rappresentare dinamicamente la complessità del reale. E dunque spazio ai fattori esterni, ascrivibili alla sorte, che irrimediabilmente condizionano l’intero sviluppo diegetico, però costituendone di fatto la necessaria cornice contestuale che funge da sorgente narrativa: i Pawnee, gli Arikara, il clima avverso, i Francesi, gli Inglesi, le canaglie, gli orsi, i vagabondi e i deliri onirico-allucinatori costruiti con estro poetico.

Revenant è un film vorticoso, ipnotico, che avvince e stupisce, e come preannuncia il titolo promette di ritornare, a visione conclusa, dettaglio dopo dettaglio, immagine dopo immagine, a infestare la memoria dello spettatore.

★★★☆☆