Pomeriggi di solitudine – A. Serra

Il cinema respingente di Serra sorge dalla puntuale distillazione di centinaia di ore di girato in un montaggio lineare, paratattico, che sdilinquisce nella durata reale di lunghi piani sequenza. Il soggetto di Tardes de Soledad (TdS) è l’arena della corrida, ma il cinema di Serra ha sempre per oggetto un’arena. Di solito l’arena del potere politico (Història de la meva mort, La Mort de Louis XIV, il meraviglioso Pacifiction di cui ho scritto qui) colto nell’istanza della sua paralisi, del suo disfacimento.

La plaza de toros è una delle tante arene del cinema di Serra, dove si susseguono tauromachie che sono sempre la stessa battaglia, il torero Roca Rey contro uno, due, cento tori, l’eterna lotta dell’uomo contro la natura narrata anche da Hemingway. La descrizione del particolare produce però un risultato opposto al torear metafisico di Hemingway. La visuale inclinata di 30° schiaccia il muso degli spettatori nelle immagini, cancella ogni profondità, nega ogni fuga prospettica, estromette il pubblico dall’arena, trasfigura la realtà in un affresco bidimensionale che mette in una scena l’insensata ripetizione del dolore propria del torero ma più in generale di Sisifo, di ogni attività umana.

In questa bidimensionalità da icona religiosa si innesta la seduzione delle superfici, dei tessuti, dei colori, come diventa evidente nella scena della vestizione, un sofisticato contrappunto ai primi piani delle froge del toro che esalano polvere e sangue. Da una parte la materia bruta e la verità della violenza, dall’altra parte la menzogna aurea del rito, espressa nella retorica machista dei toreri, nei tessuti scarlatti e bizantini dei loro abiti di luce. La ripetizione delle mattanze esorcizza l’eccezionalità della violenza riportandola a una cornice di senso quotidiana, regolata dalla grammatica del rito.

Come però nota l’antropologo Rappaport, il rito – in questo caso la corrida – non si esaurisce mai nella performance dei suoi attanti, giacché questi non fanno che allacciarsi a una genealogia di simboli vecchia di secoli, e che i suoi interpreti non possono che comprendere e gestire solo parzialmente. Il potere che i toreri esercitano sui tori è un riflesso del potere che il rito esercita sui toreri, un linguaggio rituale rispetto a cui essi, più che parlare, sono parlati. Ecco dove TdS trova un’integrazione tematica nella filmografia di Serra, nell’esercizio della violenza che attraverso la ripetizione realizza in maniera autopoietica, e addirittura in maniera poetica, la propria legittimazione in quanto potere rituale, potere politico, potere religioso, potere culturale. TdS è, come tutti i film di Serra, un monologo del potere che si nasconde parlando di sé, una denuncia della matrice arbitraria e insensata del potere, di ogni potere, che si fonda sulla ripetizione della violenza fino a renderla abituale, fino all’anestesia delle coscienze.

Si potrebbe citare Foucault ma il nume tutelare dell’originalissimo cinema di Serra sembra piuttosto Dérrida: un cinema votato alladecostruzione incessante . La prassi decostruttiva (non metodo, perché se fosse un metodo non sarebbe decostruzione) è qui intesa come operazione contestuale di analisi critica delle strutture di senso che emergono nella realtà, illuminandone le assunzioni implicite e le contraddizioni. Costringendo il pubblico alla paziente e nuda osservazione, Serra permette di cogliere le contraddizioni e le assunzioni implicite della retorica toreadora, i conflitti tra la vestizione quasi muliebre, geishesca di Roca Rey e il machismo orgoglioso dei picadores, tra le simbologie religiose che circondano la tauromachia e la sua polverosa e granguignolesca immanenza, in un testo audiovisivo che a dispetto delle rigide apparenze si annuncia come intreccio aperto, tacito contesto e ipertesto che deborda incessantemente dai limiti dell’immagine, manifestando la sua cifra derridiana proprio in questa irriverente e inesauribile apertura.

★★★★☆

Lascia un commento