Note sullo Zhuangzi 莊子

  1. Vagando liberi e sereni 逍遙遊
Il sogno della farfalla, Lu Zhi (XVI secolo)

“Zhuangzi è uno dei libri più misteriosi e affascinanti della letteratura mondiale. Opera fondamentale della speculazione cinese e taoista, non propone una filosofia sistematica, né intende costituire una scuola di pensiero. Attraverso paradossi, racconti e aneddoti Zhuangzi non offre al lettore interpretazioni dogmatiche, ma parla per accenni sconfinando nel non detto…”
Dalla retrocopertina dello “Zhuangzi” a cura di L.V. Arena (BUR, Milano 2009).

Offro in questa sezione alcune note, spunti di riflessione e traduzione a partire dal testo originale dello Zhuangzi. A cominciare dal titolo del primo capitolo, “Vagando liberi e sereni” (xiaoyaoyou 逍遙遊), in cui compare immediatamente quel “vagare” (you 遊) che rappresenta uno dei termini chiave del testo e della filosofia daoista. Tra i suoi significati “vagare”, “viaggiare”, “camminare”, ma anche “andare alla deriva”, “muoversi liberamente” e “giocare”. Forse la dimostrazione più evidente che lo Zhuangzi, come sottolineato da Arena, non mira a stabilire determinate verità, quanto piuttosto a fungere da vademecum per vagare liberi e sereni in qualunque spazio, tempo, avventura o circostanza.

Trova in questo una profonda sintonia con il modo in cui la filosofia era intesa nella Grecia classica (come sostiene Pierre Hadot ne La filosofia come modo di vivere): non un bagaglio teoretico o una scienza, quanto un insieme aperto e dinamico di pratiche esistenziali orientate alla trasformazione di sé in un mondo complesso. Abituati a muoverci nella direzione imposta dagli scopi, dai doveri, dagli obiettivi e dagli obblighi che quotidianamente ci vengono imposti o imponiamo a noi stessi, la capacità di vagare liberi e sereni rappresenta allora una virtù da riscoprire. Zhuangzi indica la “strada” (dao 道).

Roubaix, una luce nell’ombra – A. Desplechin, 2020

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Chiasmi di forme (verticale-orizzontale), di personaggi (forti e deboli, poliziotti e criminali), di toni (freddi e caldi). La contrapposizione è una costante della cinematografia di “Roubaix”.

E si apre davvero con una luce nell’ombra il polar (policier+noir) di Desplechin, non solo i variopinti neon natalizi in overlay ma soprattutto la fiamma che avvolge un’automobile, primo dei numerosi casi segnalati al commissariato di Roubaix. Il commissario Daoud (Roschdy Zem) dirige le operazioni con la pazienza e l’astuzia di un giocatore, quale infatti è – perlomeno all’ippodromo.

Se il tormentato tenente Cotterelle (Antoine Reinartz) cerca un’intuizione vincente nei numeri, nelle testimonianze, Daoud si affida invece a una saggezza tattile, la stessa che gli permette di passare al setaccio le persone come mucchi di sabbia, vagliando colpe e sofferenze – le quali, ecco la piccola grande verità di “Roubaix”, si implicano le une con le altre, come luci e ombre.

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Paziente, misurato, flemmatico, austero, divertito. Il personaggio del commissario Daoud è una figura che fa breccia, saggio e non arrogante, attivo e mai frenetico. Per Zem un’interpretazione Zen.

Ma più ancora che un esercizio di introspezione e di contrapposizione (psicologica, sociale, estetica, cromatica), “Roubaix” è un tentativo di ricostruzione genealogica della violenza, rinvenuta nel solco procedurale di tecniche investigative che raramente sono state raccontate con tanta ossessiva e angosciosa fedeltà. Il dolce sguardo perso di Léa Seydoux è più eloquente del vuoto che lo colora.

E tutt’intorno quello spaccato urbano che è Roubaix, e che potrebbe non esserlo, perché assomiglia sempre più al possibile futuro di un’Europa dilaniata: povertà, freddezza, lingue che non si parlano, complessi industriali in rovina, direzioni in cui guardare per trovare un punto di fuga, nell’immaginazione o in un passato lontano. Ormai è tutto quel che resta. Basta? Avanza.

★★★½☆☆

Pillole di cinema #2

Rosso e blu, riflesso e specchio, sono solo alcuni dei tanti dualismi di cui si compone “Tenet”, troppo cerebrale per divertire, troppo muscolare per coinvolgere.

Tenet – C. Nolan

Film ibrido e palindromo in cerca di Protagonista per salvare il mondo. Alla fine ci riesce. E anche all’inizio.

★★☆☆☆

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Goksung – H. Na

Stragi, donne ignude, temporali e cervi sbudellati nel villaggio di Goksung. La polizia indaga. Gli esorcisti esorcizzano. I preti non fanno nulla. Horror sospeso tra Nolan e Friedkin, tra satira e blasfemia, tra il buono e l’ottimo.

★★★★☆

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The Vigil – K. Thomas

Yakov accetta di lavorare come shomer e veglia il cadavere di un defunto, che ovviamente è posseduto. Più innovativo nella soundscape che nella visualità, l’esordio di Thomas attinge all’immaginario collettivo per farvi breccia. Banale ma tutto sommato grazioso – un po’ come una gondola.

★★☆☆☆

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Il traditore – M. Bellocchio, 2019

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Una prova sontuosa del talento mimetico di Favino.

Trionfo meritato, quello di Bellocchio ai David. “Il traditore” ha un respiro storico, come l’Irishman di Scorsese. Il valore del film risiede non solo nel racconto che narra ma in quelli che tange, sfiora, allude, ciclo narrativo intorno al quale si avvolge, come una bobina, l’epopea contemporanea del Belpaese: Bontate, Riina, Calò, il presidente del consiglio mafioso Giulio Andreotti, il golpe Borghese, gli omicidi di Mattarella, Pecorelli, Falcone, Borsellino, la mancata distruzione di Cosa Nostra.

Il corpo ingombrante di Buscetta, espressione sontuosa e uncanny del talento mimetico di Favino, realmente domina i due mondi. Non Sicilia e Brasile ma stato e mafia, tavoli paralleli vincolati da sinistre corrispondenze. Bellocchio punta la mdp là dove i destini individuali si impigliano nelle trame di un’epoca, liberando in diverse occasioni uno sguardo divertito o critico, compiaciuto o sardonico, ma sempre partecipe – ad esempio, nella oggettiva luciferina dentro l’abitacolo di Falcone.

Ma la scena che resterà impressa è un’altra, e comincia con plongée sulla costa di São Paulo e contre-plongée dal fondo di un barile usato per torturare Buscetta, e prosegue con un memorabile campo-controcampo in elicottero commentato da un bolero straniante. “Il traditore” è anche questo; lunga carrellata sulla banalità del male e sulla virtù delle sue seduzioni.

★★★★☆

L’uomo invisibile – L. Whannell, 2020

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Uno dei pochi voyeurismi che si è concesso Whannell – forse addirittura un po’ troppo austero.

L’uomo invisibile di Wells era il protagonista di un romanzetto moraleggiante che sotto la buccia fantascientifica indagava il rapporto tra impunità e sentimento morale. Il focus è completamente sovvertito in questo ennesimo adattamento di Leigh Whannell, in cui l’invisibilità non figura come simbolo dell’impunità ma diventa metafora della virtualità permeabile che filtra in tutti gli aspetti della società contemporanea.

Rispetto al voyeurismo sguaiato di Verhoeven (“L’uomo senza ombra”, 2000) il thriller di Whannell prende una svolta femminista. Stalkering, furto di identità digitale e cyber-violenza sono fattori ben più reali della tuta ottica con cui Griffin si ostina a perseguitare Cecilia (un’ottima Elisabeth Moss).

Corredato di una grammatica filmica efficace nella sua elementarietà (fatta salva la colonna sonora belluina da z-horror), “L’uomo invisibile” scorre ben teso su una sceneggiatura snella e vibrante che alterna frizzanti colpi di scena a succose splatterate. Ripresi da “Saw” l’arcinemico ingegnoso e il gusto per le “surprise”, Whannell si conferma, dopo “Upgrade”, un ottimo interprete del genere.

★★★½☆☆

Heaven Knows What – Safdie bros, 2014

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Arielle Holmes, interpretazione cruda e realistica che ricorda il cinema di Cassavetes. 

Storia vera di Arielle Holmes, eroinomane di 19 anni incontrata per caso nel diamond district durante la lavorazione di “Diamanti GrezziE che diventa la protagonista di questa travagliata storia di vagabondaggio e passioni autodistruttive.

La regia dei Safdie si colora di una sensibilità anni ’90 grazie alla cinematografia leggermente sovraesposta di Sean Price Williams, che si dipana a balzi e scatti come un album di istantanee. Un’estetica polaroid da cinema verité, che ricostruisce nella maestria dei piani ravvicinati la viscosità dolciastra di una dipendenza. Non solo alcol e droga ma un amore tossico, farmaco (pharmakon) nella duplice accezione originaria di medicina e veleno.

Malgrado la filmografia limitata il cinema dei Safdie esprime già una poetica definita, che con piglio realista e ritmo elettrico canta la simbiosi di libido e mortido in una New York babilonica, dove il piacere si mescola al dolore e la tragedia alla farsa.

★★★☆☆

La recensione completa su Ondacinema.

 

Pillole di Cinema #1

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La visualità dirompente è talvolta fine a sé stessa, ma colloca comunque “1917” tra i prodotti più interessanti di questo martoriato 2020.


1917 – S. Mendes

Due soldati attraversano la no man’s land con lo scopo di impedire che l’avanguardia britannica si lanci in un’offensiva suicida. Mendes li segue in un ininterrotto piano sequenza di 119 minuti. Bello e fasullo, come un lingotto di tungsteno.

★★★☆☆

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn – C. Yan

Joker molla Quinn. Quinn si taglia i capelli, saccheggia Gotham City e apre un banco dei pegni. Il bello del film: a un certo punto finisce.

★☆☆☆☆

Il buco – G. Gaztelu-Urrutia

Dall’attico di una prigione gli chef calano attraverso il buco una piattaforma carica di cibo. Esaurite le scorte, i prigionieri si scannano. Alle-gore-ia che denuncia l’ineguaglianza sociale in chiave rawlsiana. Metafora verticale bilanciata da una piattezza didascalica.

★★☆☆☆

Fantasia – AAVV, 1940

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Pietra miliare del cinema d’animazione.

Nato come ambizioso tentativo di prolungare le avanguardie in una inedita fusione di musica e immagini, “Fantasia” si propone oggi come una summa animata della storia e dei valori dell’occidente, dall’Olimpo al paradiso, dalla preistoria al XX secolo, inclusi i lati oscuri che non intaccano l’impatto duraturo, il piglio pionieristico e il fascino senza tempo di un capolavoro assoluto del cinema d’animazione.

★★★★★

La recensione completa su Ondacinema.

Diamanti Grezzi – Safdie bros, 2020 / Parte 2

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Ludopatia e libido. 

La regia spiritata e clamorosa dei fratelli Safdie sposa brillantemente la prospettiva alterata di Howie, soggetto patologico di una mania evidente – laddove la mania implica con precisione un soggetto che “vive in puri presenti, nell’assoluta deficienza della temporalizzazione” (Binswanger 1983, 98), in preda a un senso delirante di euforia. Ecco allora che in Howie – un Adam Sandler alla miglior prova della sua carriera – “l’espansività, l’entusiasmo, l’iperattività, l’evasione, l’agitazione motoria, la logorrea, l’esaltazione […] sono manifestazioni della pulsione di morte” (Recalcati 2019, 109).

Pulsione di morte (todestrieb) che non significa tendenza suicida, ma consiste al contrario nell’estremizzazione del principio di piacere, che spinge la vita organica a recuperare l’inerte beatitudine della materia inanimata – o il vuoto caldo e torpido del grembo materno. Netta l’influenza del magnifico “The Gambler” di Edgar Reisz (1974), nel quale uno spiritato James Caan, forse alla miglior prova in carriera, mette in scena la progressiva convergenza di principio di piacere e pulsione di morte attraverso il gioco. Rispetto al personaggio di Caan, ormai assuefatto all’energia libidica sprigionata dalla ludopatia, Howard non è un caso così disperato. Anzi, è un satiro. Ma la sua attività sessuale è proporzionale alla sua attività di gioco (“I’m gonna fuck the living shit out of you tonight”). Infatti, l’unico periodo in cui non scommette è fatalmente quello in cui tronca con l’amante, e nel primo piano finale estinzione ed estasi coincidono.

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Lauren Hutton e James Caan in “The Gambler”.

Altra grande prova dei Safdie dopo “Good Time”, altra grande prova di Sandler dopo “Punch Drunk Love”, “Diamanti grezzi” si candida di diritto come miglior film di questo inizio 2020.

 

★★★★☆

 

Diamanti Grezzi – Safdie bros, 2020 / Parte 1

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Forse la miglior prova in carriera per un clamoroso Adam Sandler.

La carrellata in apertura ci introduce dalle viscere della terra alle viscere di Howie Ratner, gioielliere ebreo di Manhattan indebitato per oltre centomila dollari che recupera illegalmente una gemma inestimabile. Pagata centomila dollari a due minatori etiopi e nascosta dentro un carico di pesce (altre viscere), dovrebbe andare all’asta e fruttare un milione. Mentre strozzini e allibratori si accaniscono sul povero schlemiel, angariato dalla moglie e ingelosito dall’amante, l’opale nero finisce (chissà per quanto) tra le mani di Kevin Garrett, stella NBA.

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Il surplus di guadagno alimenta un circolo vizioso di consumo  di beni di lusso inutili e kitsch.

Il parallelo tra sport, scommesse e capitalismo forma uno schema funzionale al ritratto di una società ferocemente competitiva, destinata a bruciare il surplus di guadagno nel consumo di orripilanti e inutili beni di lusso (i furby tempestati di gioielli) e nel soddisfacimento di compulsioni auto-distruttive (cocaina, gioco d’azzardo). Il denaro diventa allora l’oggetto di una mania pulsionale, come suggerito dai ripetuti accostamenti tra capitale e funzioni corporee: denaro e vomizione, vincite e desiderio sessuale, estrazione mineraria e colonscopia – mentre Freud, già un secolo fa, ravvisava una connessione diretta tra il piacere di trattenere le feci e quello di accumulare moneta.

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“Wow” commenta Howie alla recita della figlia, mentre la osserva vomitare denaro sonante.

[…] continua