Cocaine – La vera storia di White Boy Rick – Y. Demange, 2019

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Soggetto promettente e risultato incolore, malgrado l’ottima prova di McConaughey.

Detroit, 80s. Imperversa l’epidemia del crack e l’FBI ha bisogno di infiltrati per smantellare la cupola della droga, estesa in maniera capillare su tutto il territorio. Disgregazione del contesto familiare e amicizie sbagliate fanno di Rick “White Boy” Wershe Jr, a soli quattordici anni, il profilo giusto: i federali lo introducono nel giro, lo sfruttano e poi lo mollano. Che farà da grande? Dopo il discreto “’71”, thriller storico sul conflitto irlandese, Yann Demange esordisce a Hollywood con la biografia criminale di una figura inedita e popolare dell’attualità recente, chiedendosi se ci sia giustizia senza legge e, soprattutto, legge senza giustizia.

★★☆☆☆

La recensione completa su Ondacinema.

We the Animals – J. Zagar, 2018

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Onirismi e ambientazioni edeniche che richiamano un Malick d’antan.

L’opera prima (narrativa) di Jeremiah Zagar, tratta dall’omonimo romanzo autobiografico di Justin Torres, è un lirico coming-of-age paragonato a “Moonlight” e “Un sogno chiamato Florida” per il tocco soave con cui affronta i temi dell’identità, della scoperta della sessualità, del degrado urbano e familiare. In realtà, rispetto al film di Baker l’intenzione è meno analitica e più marcatamente inclusiva, a cominciare dal titolo. La stessa regia ispira un coinvolgimento osmotico con i personaggi tramite una camera ad altezza di bambino, perennemente contigua, financo invadente, sorretta a mano, e che dalle mani dei personaggi si lascia addirittura toccare, sballottare.

★★★☆☆

Recensione completa su Ondacinema.

L’uomo di Vimini – R. Hardy, 1973

Restando nei confini dell’horror, propongo un breve commento di un classico, The Wicker Man del 1973, ormai dimenticato eccezion fatta per l’orrendo remake del 2006 con protagonista Nicholas Cage (e dopotutto, come è mai possibile fare un buon film se si comincia scritturando Nicholas Cage?)

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Lt. Howie perplesso durante le sue indagini.

Il sergente di polizia Neil Howie (Edward Woodward) si reca nella remota isola Summerisle (Scozia) in seguito alla ricezione d’una lettera anonima che denuncia la scomparsa di una bambina. Howie, devoto cristiano episcopale, si trova di fronte a eventi inconsueti e disturbanti: reticenze, menzogne, riti pagani e bizzarri costumi, come quello di consumare rapporti sessuali all’aperto.

Il ligio poliziotto chiede dunque spiegazioni al capo della ristretta comunità, Lord Summerisle (Cristopher Lee), ottenendo pochi ed ambigui suggerimenti. Decide dunque di continuare le indagini in segreto, sfidando apertamente l’atmosfera ostile che sembra aleggiare nell’isola.

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Strani tentativi di seduzione rendono Lt. Howie più perplesso di quanto già non fosse.

Il contrasto fra puritanesimo e paganesimo, repressione e sensualità, coercizione e anarchia è la colonna vibrante che sostiene l’architettura narrativa dell’intera pellicola. L’enigmatica alternanza dei ruoli, che vede il protagonista di volta in volta preda e cacciatore, sviluppa gradualmente un senso ambiguo di repulsione e attrazione verso ciascuna delle parti in lotta.

Mai come in questo film, l’orrore ha un volto umano, reale, e persino seducente. In The Wicker Man il male non ha origine infatti nel soprannaturale; si identifica invece con le pulsioni fondamentali della natura, violenza e sessualità, nel momento in cui esse, sospinte dall’ebbrezza dionisiaca, travalicano gli argini della ratio apollinea e cancellano con furia menadica i confini inviolabili del sacro.

Questo conflittuale dialogo fra inconciliabili opposti, Cristopher Lee, l’erotismo dilagante e lo splendido finale lo rendono un classico imperdibile per i sinceri amanti del genere horror.

★★★★☆

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Il mitico, irreprensibile Cristopher Lee, in uno dei ruoli più intriganti della sua carriera (come lui stesso ebbe a dire).

The Mule – C. Eastwood, 2019

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Intramontabile.

Un orticoltore ultra-ottantenne al verde arrotonda con un part-time offerto dal cartello messicano. La famiglia non ne sa nulla, ma lo odia comunque. Lieto fine: vitto e alloggio li pagherà lo stato.

Sotto la lente di Clint, la difficoltà di integrarsi nelle dinamiche sociali e persino in quelle domestiche. Film che assomiglia a un osso: scarno, diritto, essenziale, leggero, e poco appetitoso.

★★☆☆☆

La donna di sabbia – H. Teshigahara, 1964

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…una cattività morbosa, impressa nel bianco e nero angoscioso di una fotografia materica (Hiroshi Segawa), che restituisce in maniera cruda e tangibile la grana fine e fluida della sabbia, la consistenza dei corpi…

Un entomologo dilettante si perde tra le dune di un remoto villaggio. Viene ospitato da una vedova che abita sul fondo di una cava di sabbia. E che non lo lascerà più andar via.

Hiroshi Teshigahara, firma illustre della nuberu bagu (ヌーベルバーグ), dirige un incubo visionario permeato da un torbido erotismo.

★★★★★

Recensione critica completa su Ondacinema.

 

Il gioco delle coppie – O. Assayas, 2019

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Poche gag e molti dialoghi.

Un editore di successo, una nota attrice, uno scrittore complessato, una social media manager idealista e una giovane imprenditrice digitale. Cinque ruoli, tre diverse fasce di età, in un intreccio di discussioni e tradimenti che rappresenta principalmente per mezzo di dialoghi, come in un ricco simposio, uno spaccato qualunque della società contemporanea, che cerca il riflesso della propria bellezza nel nitore di uno schermo digitale.

In questo mito di Narciso 2.0 pare tuttavia che a specchiarsi sia soprattutto il regista. Le riflessioni – puntuali e interessanti – non trovano compiuta integrazione in un tessuto narrativo disinvolto che baratta l’azione con un erudito esibizionismo: l’abbondanza di temi, problematiche, di citazioni cinefile e librarie sprofonda il racconto in un pantano di parole. Più simile a un talk show che a una commedia, elogiato da più parti, “Doubles vies” non regge il peso delle sue ambizioni smisurate. Secondo me.

★★☆☆☆

La favorita – Y. Lanthimos, 2018

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Uno dei frequenti fisheye: Abigail spinge la regina.

In questa cinica commedia in costume, ambientata presso la corte di Anna Stuart (1707-1714), Lanthimos esplora con sguardo sardonico il rapporto taciuto tra potere e lussuria, mettendo a nudo le pulsioni istintuali che dirigono e determinano sottotraccia la lotta per il potere. Vi ritornano in serie le ossessioni privilegiate del regista greco – la danza, le similitudini con il regno animale, la sessualità impersonale e straniante -, trapiantate in un clima boccaccesco che pone in aperto e vivace contrasto le intenzioni dei personaggi con le rispettive maschere sociali.

L’estetica manierista serve lo scopo tramite maestosi grandangoli, ralenti capricciosi, e soprattutto i frequenti fisheye, che manifestano la distorsione del microcosmo cortigiano verso un centro gravitazionale invisibile ma ubiquo. La tipica ironia di Lanthimos colora il racconto di simboliche insolenze: prolifici conigli nel boudoir della regina, ministri litigiosi che scommettono su oche da corsa, mentre le due favorite esprimono la propria rapacità nell’esercizio di una sfida venatoria.

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Come in “Barry Lindon”, visitiamo un microcosmo di stampo epico, i cui equilibri si assegnano in base a duelli: lady Masham e lady Marlborough, Harley e Godolphin… Teatro della battaglia non è però la campagna inglese, quanto piuttosto il palazzo e le sue private stanze.

Per quanto gradevole, il gioco si sgonfia presto avvitandosi meccanicamente su un intreccio annunciato, soprattutto a causa della caratterizzazione troppo esplicita delle due favorite: una doveva apparire crudele e rivelarsi innamorata, l’altra l’opposto, ma la Stone è dal principio facilmente individuabile come manipolatrice, e ogni coinvolgimento empatico è scongiurato dalla semplicità con cui si individua il disegno soggiacente. L’impressione è che Lanthimos, così abituato ad abusare del testo narrativo per giocare con la meta-testualità, abbia peccato in questa occasione di didascalismo; troppo tell e poco show, insomma.

E per quanto riguarda la parte del tell, sono più artificiosi che divertenti i dialoghi sboccacciati, esibiti con troppa disinvoltura e troppa sciatta velleità per risultare mordenti come lo erano nel film che “La favorita” prende come modello per rappresentare il contrasto fra un Settecento aristocratico e le pulsioni animalesche che lo governano sottotraccia, ovvero il “Draughtsman’s Contract” di Greenaway (là, tardo Seicento).

“La favorita” non è il mio favorito tra i film di Lanthimos, ma è forse una normale tappa di assestamento nel percorso di un regista che sta cercando una graduale apertura della propria poetica a un pubblico più ampio.

★★★☆☆

Di Lanthimos, recensiti anche:

“Kynodontas”

“Alps”

“The Lobster”

“Il sacrificio del cervo sacro”

Suspiria, Freud, Jung (Parte 2)

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Suspiria mette a nudo l’aspetto ritualistico della danza, la sua potenzialità di scatenare le forze irrefrenabili dell’inconscio.

(…continua)

Jung concepisce gli archetipi come forze arcaiche universali sedimentate nell’inconscio collettivo, che tornano ad agire attraverso le epoche storiche sotto varie forme, immagini, motivi, comportamenti. Non è esagerato affermare che in Suspiria la caratterizzazione dei personaggi principali è basata in maniera sostanziale sulla caratterizzazione junghiana degli archetipi. Susie assume il ruolo di una forza a-storica ancestrale che restaura l’equilibrio perduto nel quadro di una lotta fra un Es violento e traboccante (Markos) e un Superego impotente (Klemperer), a causa della quale l’Ego (Blanc) e la sua funzione mediatrice rischiano il collasso. La protagonista, che sembra all’inizio rappresentare il percorso di formazione del , assume invece l’archetipo junghiano dell’Ombra, l’irrazionale represso che è la parte più tenebrosa e aggressiva dell’inconscio personale e collettivo.

Ma le associazioni junghiane si moltiplicano: Markos è il Trickster, l’imbroglione cosmico (ma anche la Madre), Madame Blanc e i suoi tratti androgini richiamano al lato femminile della psiche, l’Anima, mentre l’anziano Klemperer, sotto i cui panni si nasconde ancora una volta una donna, rappresenta la controparte maschile, l’Animus (ma anche il Vecchio Saggio). Il sabba simboleggia il processo rituale mediante il quale l’inconscio, da personale, si rivela collettivo, erompendo in tutta la sua furia castigatrice per sancire una ri-equilibrazione funzionale. In un tripudio gore, Susie assurge a figura messianica che dispensa morte e salvezza, scatenando la furia menadica delle streghe in un sanguinolento lavacro rituale.

Si potrebbe discutere a lungo sulla natura benefica, malefica o neutra della mater suspiriorum, che era delineata ben più nettamente nel Suspiria argentiano. L’azione di Susie alterna crudeltà e compassione, creazione e distruzione, risultando dunque più riconducibile al mondo naturale che all’etica umana e alle sue rigide dicotomie. Nel finale dona a Klemperer la grazia dell’oblio, dopo aver affermato “Abbiamo bisogno della colpa e della vergogna, ma non della sua”. Al di là del palese riferimento all’Olocausto è opportuno interpretare queste parole in linea con il suo intervento, volto a punire un potere illegittimo (Markos) e le sue sostenitrici. Chi persegue scopi personali tramite un potere collettivo abusa di quel potere, meritandosi il fardello che ogni abuso porta con sé: la colpa e la vergogna.*

★★★☆☆

 

* I concetti di shameguilt sono alla base di una lunga letteratura antropologica (il caposaldo è Benedict 1949) che indaga il rapporto fra controllo emotivo della collettività e mantenimento dell’ordine sociale.

Suspiria – L. Guadagnino, 2018

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Tilda Swinton si sdoppia: Madame Blanc, il Prof. Klemperer.

(Attenzione: spoiler qui e là)

Non è un remake, quanto piuttosto una riscrittura autoriale carica di tutte le suggestioni che il Suspiria originale non ha mai voluto racchiudere. Se infatti ritroviamo integre la scuola stregonesca, la giovane studentessa americana e la mater suspiriorum, tutto il resto muta in maniera sostanziale, dall’ambientazione urbana (una piovosa Berlino al posto della boschiva Friburgo) alla fotografia balthusiana di Mukdeeprom, che sfrutta un’ampia paletta di grigi (contrastando con lo sgargiante technicolor utilizzato nell’originale da Luciano Tovoli), ai molteplici riferimenti all’Olocausto…

Il Suspiria di Guadagnino è inoltre un denso groviglio di temi dal quale solamente un saggio critico riuscirebbe a estrarre una compiuta sintesi di traiettorie interpretative. Mi limito qui a postare due irrisori contributi per una lettura psicanalitica del film, il primo dedicato a Freud, il secondo a Jung. Diversi critici hanno evidenziato la pertinenza di questi autori sull’opera di Guadagnino. In particolare, la magistrale triplice interpretazione di Tilda Swinton (Blanc, Klemperer, Markos) odora lontano un miglio di triade freudiana.

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Non c’è due senza tre… Madre Markos, ancora Tilda Swinton.

A Helena Markos corrisponde l’Es, che secondo la descrizione di Freud è un’istanza pulsionale sommersa che sa solo desiderare (1923), premendo ciecamente verso la soddisfazione dei propri impulsi. Celata nelle profondità dell’accademia di danza, Markos preme per evadere dal nascondiglio (e dal proprio corpo) al fine di impossessarsi del corpo delle allieve più giovani e dotate. Spetta al Superego il compito di reprimere le pulsioni dell’Es, ruolo assolto dal professor Klemperer, testimone impotente della barbarie nazista (prima) e della malefica congrega di streghe (ora). Klemperer può essere visto come il bagaglio vetero-razionale dell’umanità novecentesca, incapace di ridurre la complessità del mondo in categorie logiche, scalzato dalla furia incontrollabile dell’irrazionalità archetipica. Un Superego ingolfato e appesantito da un’eredità culturale ingenuamente positivista, castrato nella sua capacità di azione (e opposizione) morale.

Se il ruolo dell’Ego spetta a questo punto a Madame Blanc – mediatrice fra le streghe e l’esterno così come l’io media fra pulsioni istintuali e proibizioni sociali –, è tuttavia l’intervento di Susie, autentica mater sospiriorum, che restaura l’equilibrio della comunità stregonesca castigando l’usurpatrice (Markos) e le sue ingenue seguaci. E qui entra in gioco l’eredità junghiana (continua…)