5 grandi film sulla vendetta

Una mini-classifica dei miei revenge-movies preferiti. L’unica (ovvia) regola prevede che il tema della vendetta debba essere parte integrante e risolutiva dello sviluppo narrativo.

I duellanti – Ridley Scott, 1979

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Storia della reiterata richiesta di soddisfazione del tenente Feraud (Harvey Keitel), che si dichiara (a torto) oltraggiato dal tenente D’Hubert (Keith Carradine). Tratto nientemeno che da un racconto di Joseph Conrad, a sua volta ispirato alla vicenda reale degli ufficiali Dupont e Fournier-Sarlovèze, che si sfidarono trenta volte in diciannove anni (!), questo dramma storico è un sunto poetico dell’epica napoleonica. Si fronteggiano da un lato il ceto aristocratico (Carradine) capace di passare agevolmente dal regime alla repubblica mantenendo le redini del potere, dall’altro il ceto popolare (Keitel), animato da un idealismo troppo sincero per scendere a patti e, allo stesso tempo, da un’insana ferocia. Il film è sostenuto, oltre che dall’intrigante soggetto conradiano, dalla bravura dei due interpreti (Keitel in particolare) e dalla raffinatezza delle immagini che più di una volta sembrano ricomporre paesaggi e nature morte nello stile di Millet e Constable.

Old Boy – Park Chan-wook, 2003

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Il film che Tarantino, per sua stessa ammissione, avrebbe voluto fare. Forse il più postmoderno di tutta la lista per la tendenza spregiudicata alla follia, la trama barcollante, l’epica assurdità di molte scene (il polpo sbranato vivo su tutte), i riferimenti ai B-movies americani ed asiatici, il coraggio delle riprese (il piano sequenza col martello), il perverso feticismo, gli inverosimili colpi di scena, le tonalità splatter, ed altro, altro, altro ancora.

Il mucchio selvaggio – Sam Peckinpah, 1969

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Western dai toni crepuscolari che, un anno dopo il capolavoro leoniano C’era una volta il West, annuncia la fine dell’epopea romantica dei fuorilegge col grilletto facile, scalzati da una rivoluzione industriale (rappresentata dall’automobile, simbolo ricorrente nei western di Peckinpah) che segnerà il declino di un’epoca sanguinosa, ma anche il tramonto di un tacito codice cavalleresco e l’affermazione definitiva del capitale come unica religione del XX secolo. La trama si sviluppa attraverso molteplici incroci e sovrapposizioni di vendette: dapprima Thornton, il compagno tradito, poi il rancoroso Angel, infine, in un climax di rabbia e violenza, la feroce rappresaglia scatenata dal mucchio selvaggio.

La fontana della vergine – Ingmar Bergman, 1960

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Approcciai questo film credendo, non so per quale ragione, che fosse una commedia. Errore clamoroso. Storia di un gruppo di briganti che violenta una ragazzina e in seguito chiede ospitalità al padre (Max Von Sidow). Gioiello di Bergman, un dramma cupo tratto da una leggenda popolare, rischiarato però dal finale simbolico in cui Dio si manifesta in maniera inequivocabile – unico film di Bergman, per quanto ne so, in cui questo accade.

C’era una volta il West – Sergio Leone, 1968

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Film che non ha bisogno di presentazioni. Uno dei western, e dei film, più belli di sempre, a mio parere il migliore di Sergio Leone. Il misterioso Armonica (Charles Bronson) sfida apertamente il bieco Frank (Henry Fonda), sicario al soldo di Morton (Gabriele Ferzetti) che vorrebbe la terra della vedova Jill (Claudia Cardinale), di cui s’innamora il bandito Cheyenne (Jason Robards). Solamente verso la fine si scoprirà il motivo che spinge Armonica a sfidare Frank, un legame profondo scavato dalla violenza.

Three…Extremes – AAVV, 2004

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Il cinema asiatico è uno dei più vivaci al mondo. Le idee abbondano anche se spesso ricalcano quelle di un maniaco, come in questo triplo horror diretto da Fruit Chan (Hong Kong), Park Chan-wook (Corea del Sud), Takashi Miike (Giappone).

Nel primo episodio, “Dumplings”, una donna ricorre all’aiuto di una strega per ringiovanire e riconquistare il cuore del marito. Il rimedio della strega consiste in un piatto di ravioli dal ripieno misterioso. Un rimedio che diventerà per la cliente una vera ossessione…

Nel secondo episodio, “Cut”, un regista e la moglie, pianista di successo, vengono intrappolati da un folle sadico che inscena una assurda vendetta.

Nel terzo episodio, “The box”, realtà e sogno si fondono continuamente. Due sorelle gemelle lavorano per un mago, ma una delle due, gelosa, provoca un incidente.

Commento

Il primo episodio racconta la mania per la bellezza, un obiettivo che richiede sacrifici – umani, talvolta. L’uso continuo di piani ravvicinati, colori accesi e ostacoli fra camera e scena contribuisce a evocare un’atmosfera incerta, ambigua, in cui l’orrore è suggerito più dal disgusto e dal perverso che dal mero soprannaturale. La bellezza è un dono, ma l’esigenza di conservarla ad ogni costo la trasforma in una maledizione.

Il secondo episodio è probabilmente il meno convincente dei tre. L’ossessione di Chan-wook per la vendetta è espressa ancora una volta in una storia lineare, che fa dello humour nero il pregio più evidente. “Cut” abbonda di gusto camp e splatter ma purtroppo difetta di coerenza, suspence e originalità.

Il più complesso (e poetico) dei tre episodi è senz’altro il terzo. L’intera storia è probabilmente un sogno di una coppia di gemelle siamesi. In tale contesto è difficile scindere i sogni di Kyoko (la gemella maggiore, colei che controlla il corpo) da quelli di Shoko (colei che pende dal corpo di Kyoko come una semplice appendice). La scatola (box) è ovviamente metafora del corpo che intrappola Kyoko in una struttura con cui essa non può identificarsi, per via appunto della sorella “pendente”, Shoko.

Per la medesima ragione sogna di ucciderla: è solo liberandosi di lei che potrebbe realizzarsi pienamente come individuo (dal latino “individuum”, non-diviso). Il mago è allo stesso tempo aspirazione a un amore irrealizzabile e pulsione superegoica che tende all’auto-castigo. Si chiude così, fra desiderio di individualità e irrisolto senso di colpa, il rapporto complesso delle due gemelle.

★★★☆☆