Parasite – B. Joon-ho, 2019

Simulazione

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Casa Kim. La piccola scala, usata prima da Kiwoo e poi da Kijaeng, prefigura la loro ascesa.

La disagiata famiglia Kim si infiltra nella casa della facoltosa famiglia Park grazie al talento nel simulare esperienze che non hanno, competenze che non possiedono: un tutor senza diploma, un’insegnante senza materia, una governante senza curriculum, un autista senza automobile. Ma nella società marcatamente duale descritta da Bong Joon-ho, la vocazione a simulare non è prerogativa di un ceto: gli stessi Park ostentano beni stranieri (Mercedes), nomi americani, abitudini americane (i boy scout), sintomi di una febbre esterofila. In un’epoca dove è diventato il profilo a determinare l’identità piuttosto che il contrario, l’insistita simulazione di un profilo di successo accomuna classi povere e ricche del capitalismo globale.

Nicchia

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Lee Ha Jun, production designer, ha ideato ex nihilo la casa dei Park su precise indicazioni del regista, che voleva una struttura stratificata dalle forme squadrate e i colori spenti.

La casa della famiglia Park, progettata appositamente per il film, è un enorme set a cielo aperto che materializza organicamente i desiderata del regista. Costruita su piani multipli, traboccante di scale e vetrate, funziona all’interno della diegesi come un’allegoria architettonica. Parlare di strati sociali più bassi non è una notazione metaforica ma residenziale in questo film (come in “Us“, curiosamente). I poveri abitano le cantine, i seminterrati, dove aria fresca e luce solare arrivano fioche e impure, filtrate dagli umori, dalle muffe. In un contesto di serrata competizione per le risorse primarie (spazio, cibo, luce), la famiglia Kim trova nella casa dei Park una nicchia endobiotica in cui sopravvivere e proliferare. Le scale, punto di maggiore mobilità dell’edificio, sono anche il luogo più pericoloso, catalizzano l’impulso a nascondersi e l’anelito a salire.

Le déluge!

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Le déluge! Sullo sfondo, una lunga rampa di scale.

Un parassita simula un profilo accattivante per ritagliarsi una nicchia all’interno dell’ospite. Fin qui, regolare. Il parallelo biologico non si concluderebbe senza l’avvento di un cataclisma che minaccia l’ecosistema di riferimento stravolgendone i fragili equilibri. E il cataclisma arriva, nella forma emblematica di un diluvio. Acqua che nei quartieri alti vale un pittoresco bivacco in salotto, e nei quartieri bassi un drammatico sfollamento. Tanto basta per innescare una esilarante catena di violenze, fino all’epilogo di una catabasi grottesca, sottolineata dall’ennesima plongée sull’ennesima rampa.

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Scena conclusiva, prima dell’epilogo. Plongée verticale, lenta; impietosa.

Amaro, brillante, imprevedibile, il fresco vincitore della Palma d’Oro 2019 Bong Joon-ho realizza un’opera visionaria e cupissima, che per originalità e rigore è già fra i classici di questa decade.

★★★★★

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