Il peccato – Il furore di Michelangelo – A. Konchalovsky, 2019

 

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Una sorta di monolite kubrickiano all’inverso, inerte massa di materia bruta mondato di ogni virtù simbolica e metaforica, refrattario a qualsiasi interpretazione, grezzo e pesante – come il peccato.

Sul solco della poetica di Tarkovskij (del quale Konchalovsky fu assiduo collaboratore), “Il peccato – Il furore di Michelangelo” descrive i tormenti dell’artista sullo sfondo di un’epoca travagliata, girato in un’ottica visionaria che sottende ai vizi terreni un forte anelito alla trascendenza.

La parte centrale è dedicata alla leggendaria estrazione di un colossale blocco di marmo apuano (che ricorda in “Andrej Rublëv” la fusione della campana), “di grana unita, omogenea, cristallina, come lo zucchero”. Dopo immani fatiche e la morte di un cavatore il blocco fu trascinato fino alla spiaggia dell’Avenza, dove fu abbandonato per i debiti contratti dallo scultore e gli accordi violati con i Della Rovere.

Contraddistinto da un’estetica sontuosa, “Il peccato” esaurisce le proprie ambizioni colossali nella potenza della rappresentazione, assumendo in maniera integrale le caratteristiche salienti della scultura michelangiolesca – non solo la plasticità e la tensione, ma anche la tormentata staticità e la sensazione di incompiutezza.

★★★☆☆

La recensione completa su Ondacinema.

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