High Life – C. Denis, 2020

Ouverture a toni caldi.

Nel flashforward iniziale, Monte (Robert Pattinson) insegna alla figlia la sua prima parola: tabù. Non mangiare le tue feci, non bere la tua urina, le dice. L’astronave capitanata dalla dottoressa Dibs (Juliette Binoche), in missione scientifica verso un buco nero, ospita una comunità distopica cui la tecnologia offre il solo mezzo di sostegno. In mancanza di risorse, feci e urina sono trasformate in cibo e acqua; in presenza di radiazioni letali, l’inseminazione artificiale offre una speranza di vita. La sessualità viene regolata tramite esercizio fisico e “the Box”, una macchina masturbante cui tutti i detenuti ricorrono compulsivamente.

Tutti tranne Monte, per cui l’estensione indiscriminata del dominio della tecnica sulla natura sembra costituire, di fatto, un tabù. Anzi, il tabù. L’opposizione tra tecnica e natura, scienza e umanesimo compone l’architettura tematica di “High Life”, in cui diventa emblematica la figura della Dibs, “sciamana dello sperma”, mezza scienziata e mezza strega – e non è forse la scienza la religione di quest’epoca? Questa novella Medea, volto ammaliante e crudele di un’intelligenza senza scopo né sentimento, stermina la propria progenie e si impegna a ricrearla in vitro muovendosi con grazia selvatica in corridoi asettici impregnati di un blu spettrale.

Erotismo a toni freddi.

Non si tratta però di un film contro la scienza, ma contro l’estensione depensante e indiscriminata del progresso tecnologico. Il richiamo esplicito alla fantascienza umanista di “Solaris” si palesa in apertura. E un’altra citazione, più polemica che ossequiosa, si nota nella scena in cui un’astronauta viene lanciata all’interno di un buco nero, come in “Interstellar”. Se nel film di Nolan il protagonista sfalda navetta e ammennicoli ma rimane miracolosamente intatto, in “High Life” Claire Denis preferisce la cruda ricostruzione di un corpo umano devastato da un’implosione gravitazionale. Non si tratta solo di realismo narrativo, ma di una prospettiva fortemente critica e pessimista dell’onnipotenza tecnologica, perennemente tesa a comprendere e conquistare l’universo mentre, parafrasando Tarkovskij, non siamo nemmeno in grado di comprendere noi stessi.

Spaghettificazione.

La certezza della morte lascia infine il passo al mistero della vita. Nel poetico finale s’intravede una fessura luminosa al termine del viaggio. Monolito di luce, à la Kubrick, si assottiglia e si ingrandisce, quasi una vagina cosmica, simbolo di nascita e rinascita. Quello che vede Monte, patriarca biblico che non invecchia, Perceval in cerca di un Graal astrale, non lo sapremo mai.

★★★★☆

Il poetico finale.

Corpi e Ultracorpi: identità e alterità in due film di fantascienza

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Reduce dalla visione di un classico del cinema Sci-Fi, The Invasion of the Body Snatchers del 1978 (in Italiano noto col titolo Terrore dallo spazio profondo), con Donald Sutherland, Brooke Adams, Jeff Goldblum e Leonard Nimoy (il leggendario Spock), mi sono ritrovato a riflettere su alcuni temi presenti nel film e, più in generale, ricorrenti nel genere fantascientifico.

Innanzitutto la figura dell’alieno, dal latino alienus, implica un’idea di irriducibile e inconciliabile estraneità, alterità e lontananza. Questa figura spesso rappresenta la personificazione dell’umano terrore per l’ignoto. In IBS, come in molti altri film appartenenti al genere, l’alieno è una forma di vita intelligente, capace di dialogo e raziocinio, che tuttavia preferisce utilizzare queste caratteristiche per condurre un’aggressione spietata nei confronti del genere umano.

Nel suddetto film i “Body Snatchers” (Ultracorpi), caduti sulla terra sotto forma di spore, evolvono in fiori e baccelli prima di aggredire gli esseri umani durante il sonno. Senza accorgersi di nulla, le vittime vengono avvolte da radici che lentamente li prosciugano, mentre il baccello partorisce un clone identico alla persona aggredita, di cui conserva memoria, ricordi e intatte capacità psicofisiche. Insomma, i cloni in questione sono repliche praticamente perfette delle vittime, eccezion fatta per i sentimenti. Gli alieni si ritengono infatti superiori agli umani per la loro assenza di turbamenti emotivi e psicologici.

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Brooke Adams: “Non c’è niente da temere. È tutto come prima. È bello”.

Trovo che questa immagine abbia in sè qualcosa di estremamente seduttivo. Fiori esotici allo stadio larvale, gli alieni prendono poi gli esseri umani nel loro momento di maggiore debolezza, durante il sonno, insinuandosi dolcemente nella coscienza. E i cloni, liberati da ogni residuo attaccamento emotivo, vivono in uno stato di quiete perpetua, alla maniera del saggio epicureo, o stoico, o di certi bonzi nei monasteri buddhisti. L’alieno è qui la rappresentazione di una condizione disumana dell’umano, il “non-più-io”, l’ipostasi di un totale distacco dall’ego-sofia propugnata dal radicale razionalismo cartesiano. Evoca uno stato di natura privo di turbamenti e desideri, calmo e terso come uno specchio d’acqua montana.

SolarisIl genere fantascientifico è interessante perchè la vocazione action cela talvolta una profonda introspezione. Un altro genere di altro è studiato ad esempio nel capolavoro Solaris (A. Tarkovskij, 1972), uno Sci-Fi profondamente introspettivo. Qui l’alieno è un aggregato di composti chimici che solo l’atmosfera particolare del pianeta Solaris può stabilizzare; ma la cosa interessante è che l’alieno è il risultato di un’interazione fra tale atmosfera e gli impulsi psichici della mente umana, forse allegoria del fatto che la nostra interpretazione del mondo è determinante nella creazione della figura dell’ “alieno”.

Ed è così che lo psicologo Kelvin incontra su Solaris la moglie Hari, morta suicida diversi anni prima. Dapprima convinto della natura illusoria della forma di vita aliena che lui stesso ha contribuito a manifestare, Kelvin si accorge che la “donna” percepisce, ragiona e soffre esattamente come lui; e che anzi, la donna “è” la moglie defunta, da lui stesso materializzata.

L’incontro lo costringerà a riconsiderare in profondità il suo concetto di realtà, spingendolo quasi alla follia. Forse invitandoci a riflettere sulla possibilità che sia la nostra mente ad illudersi ogni volta che distingue fra realtà ed illusione, poiché l’unica realtà è determinabile in base ai sensi, in base al “qui” e all’ “ora”, e mutando i paradigmi fondamentali della nostra presenza sulla Terra potrebbero mutare i paradigmi fondamentali della nostra mente.

Possibile dunque che, come quando viaggiando dall’altra parte del mondo scopriamo l’assoluta relatività di valori, abitudini, sapori e paesaggi, così viaggiando dall’altra parte dell’universo potremmo scoprire l’assoluta relatività di ciò che oggi appare semplicemente assoluto. Come la morte.

Ne è un esempio lampante la scena sensuale e raccapricciante della resurrezione di Hari, una scena cruda quanto un omicidio, mistica quanto un’apparizione.

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