La casa di Jack – L. von Trier, 2019

thjb.jpg

Tipico LVT: erudizione, provocazione, esagerazione.

“This is the maiden all forlorn/that milked the cow with the crumpled horn/that tossed the dog/that worried the cat/that killed the rat/that ate the mold/that lay in the house that Jack built.” La filastrocca compare ne “L’elemento del crimine”, quindi in un certo senso il titolo dell’ultimo lungometraggio di LVT proviene dal primo. Il confronto rivela alcune similarità – il racconto introdotto da un doppio narratore esterno che permette un recupero analettico della storia, centrata sull’investigazione del male e della sua virulenza – ma anche una differenza sostanziale: là l’indagine verteva sull’origine del male, qui ne esamina gli effetti, accostando la violenza all’arte nella sua valenza catartica. In questo senso il dialogo fra Jack e Verge contrappone arte classica e contemporanea, simmetria e performance, teoria e pratica, ispirandosi alle atmosfere di Dante e ai colori di Delacroix e Géricault.

1200px-La_Barque_de_Dante_(Delacroix_3820).jpg

La Barca di Dante, Eugène Delacroix, 1822 (Louvre).

La Weltanschauung nichilista presuppone in “La casa di Jack” l’inconsistenza dei valori morali, l’impossibilità di un discrimine funzionale tra bene e male. L’uomo dunque è libero in senso assoluto e chiamato a darsi da sé i propri valori, perciò la vita estetica è il modello di esistenza più alto. Facile ravvisare una sinfonia di echi Nietzschiani – ovviamente fraintesi – e in maniera altrettanto ovvia il fraintendimento è volontario, perché permette a LVT di condannare il protagonista nel finale flamboyant. Ecco che allora l’inferno non è sottoterra, l’inferno non sono nemmeno gli altri (come voleva Sartre), l’inferno siamo noi stessi, incapaci di sfuggire ai nostri demoni. L’origine del male non è quindi soprannaturale, universale, trascendentale o trascendente, ma sempre e soltanto umana, troppo umana: brama, colpa, una vessante dipendenza – da una persona, dalle droghe, dalle illusioni, dalla rabbia. La componente autobiografica è, ça va sans dire, pregnante.

Ma stavolta i demoni stilistici e tematici del regista si integrano in maniera funzionale, non si palesano frivoli sfoggi di erudizione (come in “Nymphomaniac”), né stucchevoli eccessi melodrammatici (come in “Le onde del destino”, “Dancer in the Dark”). E quanto rinfresca la pioggia di ironia, da parte di un regista che spesso si è preso troppo sul serio. Mr. Sophistication svolge in fondo un ruolo non troppo dissimile dall’omonimo personaggio di “L’assassinio di un allibratore cinese”: imbonitore di un circo metropolitano che mette in scena una violenza pornografica e granguignolesca. Un’opera che si compiace di esibirsi, esuberante e sfacciata come una prostituta che si spoglia all’Hotel Schatz di Halberstadt mentre la radiolina strimpella “Fame” di David Bowie.

★★★★☆

house-that-jack-built.jpg

Una catabasi pacchiana e compiaciuta, che si conclude con le note di Ray Charles.