The Irishman – M. Scorsese, 2019

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Pacino in un ruolo alla Pacino, De Niro in un ruolo alla De Niro. Un film che è filmografia dentro la filmografia, rimando intra-testuale alla meta-testualità, arguta contraffazione (il de-aging) storica e storico-filmica.

Va bene, è il capitolo che chiude la tetralogia mafiosa, ma per come ritrae la provvisorietà della gloria e il cocente senso di sconfitta che il tempo inocula in ogni impresa umana, il primo accostamento che viene alla mente è “Toro scatenato”. “The Irishman” ripercorre l’infiltrazione della malavita nelle unioni sindacali americane, ma senza il tono concitato e rampante di “Mean Streets”, “Goodfellas” e “Casinò”.  Con passo calmo e inesorabile, Scorsese inscena una parata funebre in cui figurano tutti gli spettri del suo cinema, un epos testamentario che si chiude (anzi, si socchiude) su una porta aperta.

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Ha interrotto il proprio ritiro dalle scene (1999) per recitare in “The Irishman” con De Niro e Pacino. Non è una gara, ma per me li batte entrambi. Interpretazione splendida, articolata, impeccabile, raggiunta per “sottrazione”.

Nemmeno in “L’ultima tentazione di Cristo” e “Silence” echeggiava così nitidamente il grido di Qohelet. Ma la vanità delle imprese umane non viene riscattata dalla resurrezione o da un pentimento tardivo (la telefonata). La realtà, l’unica realtà, è fatta di penombre felpate e lampade dimmerabili, di corpi pesanti sempre più fragili, di ricordi sempre più sbiaditi, di silenzi sempre più inutili. “The Irishman” è la storia che si specchia nel tempo, e riconosce la labilità del proprio riflesso.

★★★★★

4 top e 1 flop: Martin Scorsese

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Considerato fra i registi più influenti della seconda metà del Novecento, Martin Scorsese ha chiare origini italiane, palesate nei suoi primi lungometraggi ambientati a Little Italy (NY) che oscillano fra dramma e documentario. Italiano è anche, almeno in parte, il suo stile, che si ispira al Neorealismo di De Sica e Rossellini, ma anche al regista indipendente John Cassavetes, autore di film che descrivono in toni profondamente realistici la vita quotidiana e familiare del proletariato urbano statunitense.

Profondamente religioso (da giovane entrò in seminario), fra i suoi maggiori interessi il rapporto dell’uomo col male, con la violenza e col peccato. Queste tematiche lo accomunano ad Abel Ferrara, ma in Scorsese gli interrogativi etici dell’uomo di fede sono sospesi in favore dello sguardo compassato e freddo di uno scienziato. Scorsese è difatti un vivisezionatore delle pulsioni omicide, erotiche e sovversive che si esprimono nel mondo della malavita, ma anche nei bassifondi newyorkesi popolati di una fauna proteiforme e imprevedibile.

Vi proponiamo qui quattro top e un flop: ovvero, quattro opere che per profondità ed ampiezza sono massimamente rappresentative della poetica di Scorsese, e una ciofeca clamorosa che dimostra come anche i migliori possano sbagliare.

4° posto: “Fuori orario”, 1985

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Un programmatore informatico conduce una routine monotona. Una sera esce di casa per vedere una ragazza. Dopo un’ora decide di tornare a casa. Non ci riuscirà fino al mattino seguente.

Odissea urbana di sapore surrealista, che divaga fra horror metafisico e farsa. Un gioiello del cinema grottesco che riportò Scorsese in auge dopo vari fallimenti, girato con mezzi poveri da una produzione indipendente. Da non perdere.

3° posto: “Quei bravi ragazzi”, 1990

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Forse il miglior mafia movie mai girato, può vantare una ricostruzione appassionata e pignola delle cosche americane e dei loro meccanismi di affiliazione. Oltre all’eccezionale spaccato di (mala)vita statunitense, viene sostenuto dalle interpretazioni stratosferiche e a tratti esalaranti di Liotta, De Niro e uno strepitoso Joe Pesci.

2° posto: “Toro scatenato”, 1980

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Biografia, sportiva e non, del pugile Jake LaMotta. Parabola completa di un ragazzo che diventa un campione, e di un campione che diventa un balordo. A suo modo è un’allegoria, ben più raffinata e valida dello “Scarface” di De Palma, del sogno americano che diventa miraggio, e del miraggio che lascia presto spazio a un deserto interiore in cui l’ipertrofia dell’ego causa l’atrofia dei sentimenti. Il successo contiene il sé il germe del fallimento.

Accompagnato da un uso sobrio e poetico del bianco e nero, da una bella colonna sonora e dall’interpretazione ancora una volta magistrale di De Niro, che dovette crescere e calare di peso, mettere e smontare chili di muscoli, e dell’ottimo Joe Pesci. Capolavoro iperrealista.

1° posto: “Taxi driver”, 1976

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Un’opera maestra. Con verve documentaristica il taxi di Scorsese ci porta attraverso la feccia, in un’indimenticabile scorreria notturna fra criminali e magnaccia, svitati e violenti. Fu il primo film (!) a denunciare (anche se indirettamente) i segni di squilibrio di un’America traumatizzata e sconvolta dal conflitto in Vietnam. Per questo, e per le descrizioni dei contesti metropolitani, è profondamente americano.

Ma è anche profondamente universale nell’analisi sociologica del degrado urbano; dell’alienazione psichica che ne deriva; dell’interpretazione della follia come fuga dal quotidiano; dell’etica di una società che priva di valori e di religione propone un modello di vita basato sul conseguimento di itinerari di desiderio; dell’influenza della casualità sulla vita degli individui; del baratro di incomunicabilità che ci divide non appena ci allontaniamo da binari di comunicazione convenzionali; del bivio terribile fra l’asservimento a uno schema contorto o una ribellione violenta e autodistruttiva.

Musiche del grande Herrmann, uomo di fiducia di Hitchcock. E soprattutto, un De Niro temprato da sei mesi passati a lavorare come tassista nelle strade di New York per calarsi nella parte. La sua interpretazione più bella e una delle più ardite, complesse e affascinanti della storia del cinema.

IL FLOP: “Shutter Island”, 2010

La trama da film horror di serie zeta si adatterebbe più a un esperimento coraggioso di Tarantino che non a un maestro dell’iperrealismo come Scorsese. Questa pellicola di reale o realistico ha ben poco, tranne il fatto di aver rubato idee e scene a destra e a manca tediando lo spettatore con una sceneggiatura contorta e avvitata come un cavatappi e fragile e insipida come un tappo di sughero. Per una critica più accurata rimando alla recensione qui.

Shutter Island – M.Scorsese, 2010

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Anno 1954: nella selvaggia isola di Shutter, adibita a manicomio criminale, sbarcano gli agenti FBI Teddy Daniels (Leonardo di Caprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo), per indagare sulla misteriosa scomparsa di Rachel Solando (Emily Mortimer), madre omicida rinchiusa in una cella di sicurezza. Mentre le indagini procedono, diventa sempre più ambigua la posizione del primario dell’ospedale John Cawley (Ben Kingsley): fidato ed esperto psichiatra o novello Mengele?

Commento (attenzione: può contenere spoiler)

La costante opposizione fra realtà e fantasia si specchia in quella, altrettanto pregnante, fra presente e passato. Vediamo il mondo con gli occhi del protagonista e siamo costretti a subire i suoi stessi tormenti, le sue stesse turbe psicologiche ed emotive. La nostalgia della moglie, morta in un incendio diversi anni prima; gli orrori dei campi di concentramento, che Teddy vide da liberatore; i sospetti verso il primario, autore di strani esperimenti sui malati. Dulcis in fundo scopriamo che il detective mandato in missione al manicomio è in realtà un matto. Ma guarda un po’. E al termine dei numerosi deliri del protagonista, lo spettatore smaliziato entra finalmente in possesso della verità: la cosa più delirante di tutte è la trama.

Manicomi criminali, pazzi scalmanati, agenti segreti, ridicole atmosfere alla Lovecraft, malefici scienziati, effettacci speciali da scifi-cult anni sessanta, lobotomie e nazisti redivivi: questa pellicola è un carnevale di idee assurde e scene copiate, per non parlare del colpo di scena finale che era già vecchio ai tempi del Caligari di Wiene (si parla del vetusto 1920).

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Ma la cosa peggiore di tutto il film è che quella vecchia volpe di Scorsese attraverso una girandola di inutili colpi di scena, atmosfere gotiche e il faccino del pur bravo Di Caprio, riesce a turlupinare lo spettatore naif convincendolo di aver assistito a un capolavoro, mentre è soltanto un capolavoro di ruffianeria. Citando il critico americano A.O. Scott, “mentre guardavo il film sentivo che stava accadendo qualcosa di terribile. Disgraziatamente ad essere terribile era proprio il film”.

Dispiace dirlo ma il tempo passa per tutti, anche per il maestro Scorsese, che ha tirato fuori dal cilindro probabilmente la sua peggior pellicola. Meglio così, toccato il fondo non si può che risalire.

★☆☆☆☆